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Posts Tagged ‘guerra’

Non era la prima volta e manco la seconda. Però succedeva quasi sempre di maggio. Quel 11168124_10206500434211296_3140154991112198997_ngran mese di merda di maggio, diceva tra sé Luigi. Ma non ci credeva nemmeno lui e comunque non avrebbe avuto il coraggio di dirlo. Ci sono cose che non si dicono. Non avrebbe mai detto che non esisteva la Madonna, seppure oramai ci credeva poco e non avrebbe mai detto che maggio è un mese di merda. Perché non sono cose che si dicono. O meglio, le dicono solo alcuni, quelli a cui piace trovarsi sempre al di là della barricata e ribaltare il pensiero comune senza motivo e senza ritegno. Ma non lui. Un tempo adorava il maggio. Lo adorava nonostante il fieno da falciare, l’orto da seminare, gli zoccoli del padre da evitare. Poi qualcosa si era incrinato e niente era stato come prima.

Quando gli prendevano quelle giornate amare l’entusiasmo attorno a sé lo infastidiva. Gli pareva quasi che quelle risa e quelle bestemmie e quei colpi sordi di francesini sul balcone dell’osteria facessero parte di una grande orchestra il cui unico scopo fosse tormentargli l’anima, prenderlo per i fondello. Erano giornate in cui non sopportava che gli rivolgessero la parola, che non gliela rivolgessero, che gli offrissero da bere, che lo escludessero dal giro di bevute, che giocassero a carte, che non le estrassero nemmeno dalla busta. Poi finalmente si decideva a rompere l’incanto e prendeva le scale dell’osteria senza dire nulla a nessuno. (altro…)

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smile-e1341567496632Difficilmente può essere sfuggita la notizia del possibile attacco alla Siria da parte di alcuni paesi occidentali. Le cancellerie europee e nordamericane si scervellano su come e quando sferrare l’attacco al paese asiatico. Ora, non è mia intenzione aggiungere byte alla moltitudine di pensieri più o meno autorevoli che circolano sul web, o, per toccare il fondo del bicchiere, sul bancone del bar. Proprio oggi ho ascoltato un avventore di un innominato bar dire: “Siria, Siria, ma perché la menano così, tanto si sa che lo vogliono fare, no? e allora che attacchino senza rompere troppo.” E’ proprio qui il nocciolo della questione. Ciò che il cliente medievalizzato e molti altri anche più illuminati non concepiscono è il concetto di “pubblica opinione”. Se non si ha ben chiaro il significato e l’evoluzione di questo principio non si può capire perché le intelligence mondiali sudino tante camicie per trovare un pretesto (armi di distruzione di massa in Iraq, armi chimiche in Siria) da sbattere sulle prime pagine per salpare con la benedizione della nazione. Insomma, su tale concetto vorrei stendere la mia ragnatela di tasti.

Il nostro amico del bar, poco propenso alle elucubrazioni diplomatiche, sicuramente non avrebbe avuto problemi nell’ancien régime, il periodo storico precedente alla rivoluzione francese, epoca in cui i regnanti non dovevano spiegare a Tizio e Caio perché fare guerra a Sempronio. Se la città di Sempronio faceva gola, si cercava di prenderla, nessuno avrebbe contestato perché spinto da idee pacifiste o semplicemente di segno contrario. Senonché pure nei secoli bui i regnanti di ogni parte del mondo avevano bisogno di legittimare la loro privilegiata posizione, dapprima con la forza e il coraggio, poi con il “diritto divino”, quel discutibile principio per cui il potere di un monarca deriva dalla volontà di Dio. Non fu l’idea estemporanea di un re furbacchione, anzi, per convincere i più recalcitranti della bontà della teoria si scomodarono San Paolo e la “Città degli uomini” di Sant’Agostino. Non diversamente, in Giappone legittimazione dell’imperatore si basava sulla sua discendenza da Amaterasu, dea del sole.

Nell’europa riformata del XVII secolo iniziarono a circolare teorie del tutto opposte. La nuova “filosofia”, il modo di pensare basato sull’osservazione diretta dei fatti, fu applicato anche alla religione. Va da sé, il diritto divino, che in quanto ad astrazione non è secondo a nessuno, iniziò a mostrare la corda. Che fare? I monarchi più intelligenti, non a caso “illuminati”, volsero le nuove teorie a loro favore: non più ragion di stato e lo stato sono io, bensì pubblica felicità, il potere deve essere esercitato nell’interesse comune dei sudditi. Ripeto: interesse comune dei sudditi, non interesse privato dello stato. Qual’era poi l’interesse dei sudditi, ovviamente, lo decideva il re. Tuttavia le maglie si allargarono, nacquero nuovi spazi di aggregazione e comunicazione come salotti e accademie, si stamparono giornali. Certamente al povero cafone che doveva mescolare la polenta bigia come il Tonio dei Promessi Sposi, di tutto questo scrivere e parlare non importava un fico secco, manco sapeva leggere. E’ però in questi anni a ridosso della rivoluzione che nasce il concetto di “pubblica opinione”, ovvero il giudizio del popolo, il modo di pensare collettivo della maggioranza dei cittadini. Nei secoli successivi in nome di essa ci sarà chi si immolerà, mentre altri preferiranno ritornare al buon vecchio capo che decide per tutti senza troppi discorsi, altri ancora porteranno l’idea di partecipazione collettive all’estremo, finendo per cancellare proprio l’opinione pubblica. Ai giorni nostri la pubblica opinione è, nei paesi democratici, garantita dalla costituzione (art. 21 costituzione italiana). Per fartela breve, caro opinionista dell’espresso Lavazza, se Obama non può fare quel cavolo che gli pare è perché non è stato piazzato alla Casa Bianca da Zeus o da suo nonno Amurabi, ma (si spera) da quella pubblica opinione che lo ha scelto esercitando il diritto di voto.

Non hai capito? E dire che a votare ci vai… Maledetta democrazia…

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Non sono mai stato a Verdun e a quanto pare non v’è nulla di particolarmente interessante da vedere. Un memoriale, una cattedrale, un ossario risalente alla prima guerra mondiale. Meno di ventimila anime. Tutto qui. Se un giorno passerò dalla Francia nord orientale, regione Lorena, vi farò una tappa. Altrimenti non starò di certo a scomodare navigatori o ryanair. E allora perchè mi è venuta l’idea di parlare di questa cittadina al confine con la Germania? Beh, in verità la storia offre diversi spunti. Non è un caso se Verdun ospita il Centro mondiale della pace, delle libertà e dei diritti dell’uomo.

Verdun è un deja vu. A volte ritorna e fa sentire il suo peso geografico. C’è nella storia medievale, in quella moderna e pure in quella contemporanea. Del resto, la storia non fa mai nulla per caso. La posizione in cui sorge, quell’area tra la Mosa e il Reno, ha segnato equilibri (pochi) e conflitti (tanti) nell’europa negli ultimi duemila anni. Li vi era il limes dell’impero romano, quel confine che la romanitas non riuscì mai a superare e segnò, nei secoli seguenti, il punto di divisione tra il mondo latino e quello germanico.

Nel 843, con il trattato di Verdun, i discendenti di Carlo Magno si spartiscono il Sacro Romano impero. E’ la definitiva separazione dell’impero carolingio, la Francia si separa dalla Germania, la frontiera renana non è più solamente culturale, ma pure politica. Durante il medioevo Verdun subisce l’egemonia germanica. Si specializza come mercato degli schiavi e centro di produzione di eunuchi. Una storia che a noi contemporanei può far storcere la bocca, ma il peggio deve ancora venire. Nella seconda metà dell’ottocento si combatte la guerra franco-prussiana, che sancirà l’egemonia tedesca sull’europa. La città sarà teatro di numerose operazioni belliche.

Ma è nel secolo passato che Verdun diviene tristemente una città simbolo. Nel 1916, per undici lunghi mesi, la città è teatro della cosiddetta battaglia di Verdun. Vi perdono la vita un milione di soldati francesi, inglesi e tedeschi. Una media di tremila morti al giorno. E’ la più grande carneficina della grande guerra. Un intera generazione al macero. La storia non è mai magistra di vita, purtroppo. Pochi decenni e tutto si ripete. Sempre loro i protagonisti, Francia e Germania. Ma stavolta, niente Verdun. La linea Maginot, la linea di fortificazione ideata dai francesi per contrastare possibili aggressioni tedesche, viene aggirata dalla Wermacht. Verdun, incredibilmente, rimane fuori dalla storia.

Non per molto, però. Nel 1984 il presidente francese Mitterand e il cancelliere tedesco Kohl scelgono Verdun per un incontro conciliatore. Sono passati molti anni dagli orrori delle guerre, ma la violenza, si sa, è dura da estirpare. Un francese e un tedesco, ma anche un socialista e un conservatore. Un gesto dal grande potere simbolico. A Verdun, ovviamente.

Tante volte la storia degli uomini ha fatto tappa a Verdun. E’ una storia di divisioni, di lacerazioni profonde e sanguinolente. Altissimo è il prezzo pagato per arrivare alla distensione. Per secoli il sangue e l’odio sono corsi in riva alla Mosa. E Verdun stava li, altera, maligna, severa, sicura che prima o poi si sarebbe dovuti passare di li. E’ una storia finita? Penso di si. Oggi le guerre sono economiche e Verdun ha tutt’al più un mercato agricolo. Ma chissà, la storia è ciclica. E alla storia, Verdun, piace davvero tanto.

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Non ricordo il nome della rivista da cui ritagliai questa foto, ma so, con esattezza, che correva l’anno 1995, perchè, in quell’assurdo melting pot di immagini e pensieri che è la nostra mente, l’azione di ritaglio è indelebilmente associata con l’azione successiva, la cernita delle figurine doppie donatemi da un compagno di classe. Quell’album lo conservo ancora, era il 1994/95 e, se qualcuno se lo è chiesto (io lo avrei per lo meno pensato) mi mancavano De Agostini della Reggiana, Bresciani del Foggia, Chiesa della Cremonese, gli stemmi di Lazio e Crevalcore e le foto di squadra di Lucchese, Biellese e Acireale per terminare l’album. Mai arrivato così vicino al completamento. Fatto sta che avevo solamente tredici anni e puzzavo ancora di serpente, che sarebbe a dire che dell’attualità mi interessava pressochè nulla. No, la Cecenia era probabilmente incollocabile sulla carta geografica e delle prove di forza dello zar Boris in quel di Grozny non sapevo e non volevo sapere alcunchè. Ma quella foto mi piacque, attirò il mio istinto di forzato della scuola e del bemolle, io, musico improbabile, costretto a suonare quel flauto che non mi piaceva, non mi capiva. E poi, cercando risposte emotive alla mia prima pubertà tra le avvenenti femmine delle pubblicità di Gorgonzola ed Eminflex, nelle patinate riservate all’attualità spuntava la foto di un soldato russo intento a cercare gli ultimi agonizzanti suoni di un pianoforte sfondato dalle bombe ed abbandonato da proprietari che avevano ben altro a cui pensare. Non so cosa provai allora, perchè decisi di estrarre l’immagine e collocarla nella mia galleria dei ricordi. So, però, cosa provo ora, a distanza di dodici anni e potrei dirvi che la guerra distrugge le passioni, uccide l’arte, lobotomizza i cervelli, ma non vi dirò niente di tanto banale. No, io vedo altro, vedo un bambino della periferia di Mosca cresciuto nelle grigie scuole sovietiche, dove l’insegnamento dell’arte era inculcato nella speranza di creare artisti della guerra fredda. Vedo un ragazzo che abbandona i libri e pure la coscienza civile, assiste al crollo di un muro e di un sistema che gli ha imposto di giocare a scacchi, ascoltare Rimskij-Korsakov e dire ja sempre e comunque, ma che nello stesso tempo garantiva un lavoro al padre, lavoro che poi non è più esistito, con tanta rabbia di tutti e guadagno di qualcuno. Vedo, ancora, un giovane arrabbiato, imbevuto di orgoglio nazionalista, preda di millantatori di potenze perdute, decantatori di futuri splendori e guerre di razza e religione, avidi sfruttatori di delusioni altrui. Un kalashnikov, qualche rublo ed una buona dose d’odio verso lo sconosciuto che abita le pendici del vecchio Caucaso. Ma sotto il soldato, sotto le mimetiche e le portacartucce, rimane sempre quello studente di Mosca che non riusciva a fare la scala perchè aveva le mani troppo piccole e la volontà troppo debole, mentre ora che le dita sono rese veloci dal grilletto del fucile e la volontà gli è stata forgiata in caserma, non può più farla quella scala, non puòperchè manca un tasto, un mi per l’esattezza. Allora pigia ripetutamente il do, che in verità non è un do, ma un suono metallico che di musicale ha ben poco e pensa. Pensa, ma non sono affari nostri e non ci è dato sapere cosa e perciò lasciamo pensare il ragazzo della periferia di Mosca.

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Mi ha svegliato il rumore della pioggia, il tichettio sordo e ripetuto di una goccia d’acqua che cadeva sull’elmetto, il millimetrico schizzo che dal metallo rimbalzava sulle mie gote. Acqua più terra significa fango e il fango, la melma, lo sapete bene, è cosa brutta assai. Ma non per me e nemmeno per il Gigi di Modena, che ancora dorme dietro me, schiena contro schiena per scaldarci l’un l’altro e non lo è nemmeno per quel mona di Tonio, non ricordo mai di dov’è, mi sembra inizi con la T ma non l’avevo mai sentito quel nome. Dovete sapere, non ho molta cultura, sono arrivato solamente alla terza elementare e poi c’era bisogno di qualcuno che badasse alle mucche, perchè dei due fratelli maschi che mi precedevano, uno è morto nella prima pubertà e l’altro aveva ormai spalle larghe e braccia forti per sollevare covoni di fieno. A proposito, è ancora vivo il Tonio? Sempre meglio controllare al mattino, durante la notte qui accadono cose strane, come due o tre giorni fa, quando tutti si chiedevano perchè il Tore non si svegliava e tutti abbiamo riso quando ci siamo accorti che dormiva con il suo fratellino in mano e tutti gridavamo Tore ti manca la fidanzatina, ma Tore non reagiva proprio e allora siamo tutti sbiancati, finchè uno di noi ha allungato una mano tremolante, sperando in una burla di quel terrone d’un zappaterra. Macchè, mentre il corpo già freddo si girava su se stesso, Tore sembrava salutarci con un sorriso striminzito e allungato da un rigagnolo di sangue e io pensai che la notte prima sarebbe stato meglio che si fosse davvero messo a pensare alla fidanzatina, invece che levare quel suo capoccione riccioluto sopra la superficie della trincea. E dire che il Colonnello fin dal primo giorno di trincea si raccomandò di fare pipì in ginocchio e mai in piedi, mai, perchè qui i camminamenti sono bassi e i fucili austriaci insonni e vicini. Povero Tore. Ecco, ora scende una lacrima e non è buono, no, non lo è assolutamente, chi sta in trincea ha a disposizione due minuti massimo per ogni addio, lo dice sempre il Colonnello, poi deve pensare alla propria pelle, altrimenti di tempo ne avrà quanto ne vuole. Scusate, stavo parlando della pioggia e del fango, ma come mi capita sempre mi perdo in parole, me lo dice sempre il Colonnello e lo diceva pure la mia povera Nonna che parlo troppo e non riesco mai a congiungere l’inizio con la fine. La pioggia, dicevo, è manna dal cielo per noi che condividiamo il rancio con i topi e facciamo la pipì in ginocchio. La pioggia bagna le polveri, confonde le figure, inumidisce lo spirito battagliero dei popoli. Insomma niente guerra e siamo tutti contenti e anche il Colonnello, lui che alla guerra ci crede, pure lui a cui hanno spiegato perchè la si fa questa guerra è contento. Osservo rivoli di acqua marrone scendere in verticale sul muro portante della trincea e raggrumarsi in putride pozze. Sprofondo l’avambraccio nel fango e chiudo gli occhi pensando alla melma di casa mia, quel bel mischione di terra, piscio di vacca e merda di gallina dove affondavo i piedi nelle giornate acquose della mia povera infanzia, quando, anche allora, la pioggia mi permetteva di schivare ciò che non mi andava di fare. E allora ben venga, cada sopra noi e sopra ceccopeppe, sopra la russia e l’inghilterra, sopra le trincee sparse in questo mondo che non conosco e sopra la mia casa e la mia stalla, che invece conosco benissimo. E ora chiudo gli occhi, mentre scaldo la mia schiena umida contro quella di Gigi e lascio che una goccia mi lambisca la guancia e scenda fino alla mia bocca. Sempre meglio l’acqua putrida che il sangue. Mi sto addormentando, vorrei sognare le mie mucche, le più belle di tutto il paese. Vorrei un mondo di fango, un’enorme strada di fango che mi congiunga con le mie mucche. Le deve vedere, Signor Colonnello, uno spettacolo davvero. Chissà, forse è per questo che facciamo la guerra, perchè quei porci di austriaci hanno saputo delle mie mucche e le vogliono per regalarle a quel mona di un imperatore. Ah, signor Colonnello, vinceremo, glielo assicuro, e quando tutto sarà finito verrà da me e le regalerò il vitello più bello. Ma ora riposiamoci. Che bella la pioggia, Gigi.

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