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Posts Tagged ‘filosofia’

Di fiumi è pieno il mondo. Quello dei vivi e pure quello dei morti. Ci sono fiumi che attraversano l’inferno, altri che scendono dalle montagne come una lacrima e fendono la pianura come una colata d’argento. Ci sono fiumi la cui 20130713_184357acqua è in grado di cancellare i ricordi e fiumi capaci di purificare dai peccati. I cinesi sulla riva del fiume attendono il cadavere del loro nemico, i coloni inglesi in America vi costruirono la città più grande del mondo. Il fiume è vita e morte. I romani raccontavano che il fondatore della città eterna fu portato dalle correnti del Tevere, mentre Cesare, per fondare l’Impero, dovette attraversare un fiume di nome Rubicone. Quando poi lasciavano le spoglie terrene, romani o greci che fossero, i defunti dovevano attraversare un paio di fiumi per poter finalmente riposare in pace.

Sul rapporto che ha legato il fiume e l’umanità ci sarebbe un’infinità di cose da raccontare. Ma di questo troverete dissertazioni in ogni dove. A mio parere il fiume è anche una cosa personale, metaforica. (altro…)

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Il retrogusto

Dicesi retrogusto, sostiene Treccani, “quel gusto e odore che si avverte dopo avere inghiottito una bevanda o un cibo, e che è diverso dalle sensazioni iniziali”. Il dottissimo Sig. Treccani riporta pure qualche esempio: “il retrogusto amarognolo di un vino aromatico”, oppure “le mele, mangiate dopo il pesce, hanno un retrogusto sgradevole.” Giusto Sig. Treccani, la sua definizione, come al solito, non fa una piega. Ma consenta un peccatuccio di lesa maestà a questo suo devoto consultore. Glielo dico sottovoce: io, Sig. Treccani, aggiungerei qualcosa alla sua definizione. Ecco, non faccia così, non si alteri a sproposito, le espongo subito la questione, se mi lascia parlare: lei così definendo il termine retrogusto sottende che gli unici organi preposti a tale sensazione siano naso e bocca. Perché? Non le sembra, Sig. Treccani, che la vita offra sapori la cui recezione non passa per le papille gustative? Vedo che ha colto il punto. Non mi sorprende, l’umiltà di ascoltare i sottoposti è solo delle grandi menti. Accetti dunque questa mia orazione.

C’era una volta un mondo solido, dice Bauman. Il filosofo polacco non intendeva che un tempo i fiumi fossero ghiacciati
e il sangue costantemente coagulato, bensì che i legami delle comunità fossero solidi e duraturi e che il tempo faticasse ad apportare cambiamenti nei consorzi umani. Per farla breve, si nasceva in un posto, si cresceva nello stesso e con le stesse persone, si sposava un/a solo/a uomo/donna e quindi si moriva, talvolta nello stesso letto dove si era nati. Pochissimi spostamenti, dovuti più che altro all’emigrazione. Ad ogni modo, dopo lo spostamento, tutto si stabilizzava in una nuova dimensione non molto differente dalla precedente. Le stesse città erano alla stregua di grandi paesi dove la vita scorreva nel quartiere, più che nella piazza centrale. Lo spiega bene Pratolini nei suoi libri ambientati nella Firenze prebellica. (altro…)

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smile-e1341567496632Difficilmente può essere sfuggita la notizia del possibile attacco alla Siria da parte di alcuni paesi occidentali. Le cancellerie europee e nordamericane si scervellano su come e quando sferrare l’attacco al paese asiatico. Ora, non è mia intenzione aggiungere byte alla moltitudine di pensieri più o meno autorevoli che circolano sul web, o, per toccare il fondo del bicchiere, sul bancone del bar. Proprio oggi ho ascoltato un avventore di un innominato bar dire: “Siria, Siria, ma perché la menano così, tanto si sa che lo vogliono fare, no? e allora che attacchino senza rompere troppo.” E’ proprio qui il nocciolo della questione. Ciò che il cliente medievalizzato e molti altri anche più illuminati non concepiscono è il concetto di “pubblica opinione”. Se non si ha ben chiaro il significato e l’evoluzione di questo principio non si può capire perché le intelligence mondiali sudino tante camicie per trovare un pretesto (armi di distruzione di massa in Iraq, armi chimiche in Siria) da sbattere sulle prime pagine per salpare con la benedizione della nazione. Insomma, su tale concetto vorrei stendere la mia ragnatela di tasti.

Il nostro amico del bar, poco propenso alle elucubrazioni diplomatiche, sicuramente non avrebbe avuto problemi nell’ancien régime, il periodo storico precedente alla rivoluzione francese, epoca in cui i regnanti non dovevano spiegare a Tizio e Caio perché fare guerra a Sempronio. Se la città di Sempronio faceva gola, si cercava di prenderla, nessuno avrebbe contestato perché spinto da idee pacifiste o semplicemente di segno contrario. Senonché pure nei secoli bui i regnanti di ogni parte del mondo avevano bisogno di legittimare la loro privilegiata posizione, dapprima con la forza e il coraggio, poi con il “diritto divino”, quel discutibile principio per cui il potere di un monarca deriva dalla volontà di Dio. Non fu l’idea estemporanea di un re furbacchione, anzi, per convincere i più recalcitranti della bontà della teoria si scomodarono San Paolo e la “Città degli uomini” di Sant’Agostino. Non diversamente, in Giappone legittimazione dell’imperatore si basava sulla sua discendenza da Amaterasu, dea del sole.

Nell’europa riformata del XVII secolo iniziarono a circolare teorie del tutto opposte. La nuova “filosofia”, il modo di pensare basato sull’osservazione diretta dei fatti, fu applicato anche alla religione. Va da sé, il diritto divino, che in quanto ad astrazione non è secondo a nessuno, iniziò a mostrare la corda. Che fare? I monarchi più intelligenti, non a caso “illuminati”, volsero le nuove teorie a loro favore: non più ragion di stato e lo stato sono io, bensì pubblica felicità, il potere deve essere esercitato nell’interesse comune dei sudditi. Ripeto: interesse comune dei sudditi, non interesse privato dello stato. Qual’era poi l’interesse dei sudditi, ovviamente, lo decideva il re. Tuttavia le maglie si allargarono, nacquero nuovi spazi di aggregazione e comunicazione come salotti e accademie, si stamparono giornali. Certamente al povero cafone che doveva mescolare la polenta bigia come il Tonio dei Promessi Sposi, di tutto questo scrivere e parlare non importava un fico secco, manco sapeva leggere. E’ però in questi anni a ridosso della rivoluzione che nasce il concetto di “pubblica opinione”, ovvero il giudizio del popolo, il modo di pensare collettivo della maggioranza dei cittadini. Nei secoli successivi in nome di essa ci sarà chi si immolerà, mentre altri preferiranno ritornare al buon vecchio capo che decide per tutti senza troppi discorsi, altri ancora porteranno l’idea di partecipazione collettive all’estremo, finendo per cancellare proprio l’opinione pubblica. Ai giorni nostri la pubblica opinione è, nei paesi democratici, garantita dalla costituzione (art. 21 costituzione italiana). Per fartela breve, caro opinionista dell’espresso Lavazza, se Obama non può fare quel cavolo che gli pare è perché non è stato piazzato alla Casa Bianca da Zeus o da suo nonno Amurabi, ma (si spera) da quella pubblica opinione che lo ha scelto esercitando il diritto di voto.

Non hai capito? E dire che a votare ci vai… Maledetta democrazia…

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