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Posts Tagged ‘montagna’

No, niente fascino teutonico, piuttosto azzeccatissimo il proverbio il cane assomiglia al padrone e visto il cane è tutto dire. In quel corpo tondeggiante, simile ad una pagnotta con le estremità tagliate, quelle mani che messe a coppetta avrebbero potuto dissetare un orto in agonia, quel viso bitorsoluto, schiaffeggiato da venti siberiani e scrosci monsonici, due sole cose  si notano: la pancia e il naso, due corpi a sé stanti, così grandi da essere in odore di secessione rispetto al resto del corpo. Insomma questa disarmonica figura in cui tutto è in contrasto si nasconde dietro una pancia bavarese e un naso a imbuto, così che nella mente schematica del moro l’oste rimarrà sempre un ovale sovrastato da un triangolo. Si presenta così, con un handicap visivo legato all’aspetto poco piacevole, spazzandosi le mani sporche in un grembiule ancora più sporco, con il risultato, sostiene il biondo, di peggiorare la situazione e mancare un tantino di rispetto ai due clienti. Si scusa per il ritardo, era a trovare suo fratello. Ma dove abita questo fratello, nel bosco? Va beh, meglio non indagare. Poco spazio ai convenevoli e in men che non si dica arrivano sulla tavola vino e salumi vari, portati con mani tando immonde da far salire un gettito di bile fino in gola al sensibile biondo. Roba fatta in casa, o meglio, dice l’oste, roba di mio fratello, ma quello che è morto. Pace all’anima sua, pensa il moro. Uomo di poche parole e pessima compagnia quest’oste, uno di quelli che ti guarda da cinque metri per capire se apprezzi o schifi la sua roba, ascolta i commenti, grava come un avvoltoio nell’attesa del riscontro che poi nemmeno gli interessa. Quando si allontana è come vedere il sole spuntare da un cumulonembo. Il biondo riempie di nuovo il bicchiere e lo porta verso la bocca. Mentre beve osserva la macchia di vino lasciata dal bicchiere sulla tovaglietta di carta e come nei tatuaggi che trovava nei chewing-gum da bambino, miracolosamente appare l’effige della Madonna, addolorata e piangente. E’ proprio il caso di dire: miracolosamente. Posa il bicchiere senza trangugiare il vino che tiene in bocca, prende la tovaglietta per i lembi e con la stessa gravità di chi scopre i lenzuoli all’obitorio la gira e legge: E’ mancata all’affetto dei suoi cari Assunta Rossi ved. Fermi, di anni 84, ne danno il triste annuncio figli, nipoti e parenti tutti. Il moro in religioso silenzio posa pane e salame e fa la stessa operazione, stesso risultato ma con suo disappunto si trova Luigi, un cinquantenne ancora nel fiore dell’età. Raccapricciante, pensa il biondo. E dire che proprio l’altro ieri in tv si parlava del boom economico degli anni sessanta e del suo strabiliante effetto sugli italiani in termini di cultura e costume. Vengano qui come altrove, pensa, quarant’anni dopo e mi dicano che ne è stato di quel boom. Accantonano le macabre tovagliette sperando di fare cosa grata a Luigi e Assunta. Scherza con i fanti, ma non con i santi, dicevano le loro nonne.

Contrariati dalla poco nobile azione dell’oste, i due bevono e mangiano a capo chino. Un gatto entra con nonchalance  felina e si dirige verso il vaso accanto ai due, spicca un salto, e si posiziona sulla terra fresca. Guarda come ti fissa negli occhi, dice il moro. Si, ma guarda come caga mentre mi fissa negli occhi, risponde esterrefatto il biondo. E’ una sfida, pensa il ragazzo, o meglio un’inaudita offesa: io vengo in questo posto dimenticato da Dio e dall’U.s.l., rischio il tifo e chissacchealtro e tu, lurido gatto diarroico mi guardi mentre evacqui, un pò come se mi dicessi sei meglio del giornale del giorno prima per stimolare le interiora. No, è troppo, il biondo molla tutto e il moro lo segue a ruota piegandosi all’indietro sullo schienale della sedia. Il gatto, finito il  bisognino e coperta l’arma del delitto, vista tanta arrendevolezza da parte dei giovani, decide di puntare dritto a Roma, con un balzo entra in territorio nemico e si ciba direttamente dai loro piatti, mentre i due sconfitti guardano la loro città depredata e in fiamme come i vecchi troiani guardarono inebetiti la fine di Ilio. Allora furono gli achei e l’astuto Ulisse, oggi è bastato un gatto merdaiolo e sporco di fango. Si spera sia fango, pensa il biondo.

Finalmente torna l’oste e si potrà chiudere l’indecente esperienza. Ultimo gesto di civiltà, uno zoccolo scalzato dal piede e lanciato contro il gatto. Il povero felino, colpito nel bel mezzo del suo lozzo corpo, smiagola con rancore e svicola lontano. Poco importa, prima si paga prima si esce dal girone che Dante dimenticò di descrivere. Il biondo e il moro escono, seguiti dall’oste, che saluta e dice che esce con loro perchè deve tornare da suo fratello. Il moro non resiste alla curiosità e chiede dov’è suo fratello. E’ qui di sotto legato, ora vado giù e lo ammazzo. Eh? Si, lo sgozzo. Un brivido di terrore pervade i giovani. Il biondo deglutisce a stento, il moro già si vede in tv, intervistato da una bonazza che gli chiede in un italiano stentoreo cosa si prova ad essere stato a contatto con un assassino psicopatico. Urla inumane giungono dal pianello sottostante, bisogna fare qualcosa dice il biondo, non possiamo stare qui impalati mentre si compie un’atrocità. Avanzano due passi e mentre le urla toccano l’apice, il terrore si trasforma in stupore.

Un maiale, l’oste sta uccidendo un maiale, ergo il menzionato fratello era il porco. Un porco, cazzo, dice il moro, suo fratello è un porco. E mentre il povero maiale rantolando esala gli ultimi respiri immerso nel suo sangue, i due si guardano e senza nulla dirsi raccolgono due tre quattro pietre e in un impeto giustizialista scatenano un pogrom di sassi contro l’ignaro oste. Bestemmia inenarrabili, poi un tentativo di inseguimento con tanto di falcetto in mano, ma ormai i due sono saliti in auto e via sgommare prima di fare la fine del fratello porco. Con il falcetto lanciato ad un metro, forse meno, dalla macchina del moro si chiude la domenica del biondo e del moro. Per una volta almeno, un pò movimentata.

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Tedio domenicale, ovvero svegliarsi la domenica a mezzogiorno e non sapere come occupare le ore per arrivare a sera. Nel caso dei nostri due eroi il giorno del riposo divino consiste in: cena a testa rigorosamente abbassata per non incrociare gli occhi indagatori dei genitori, fuga dal tavolo dopo dieci minuti e tuffo nel letto per allentare l’insostenibile pesantezza del capo, furtiva uscita con tanto di ciao vado a mezzo secondo dalla chiusura del portone di casa. Sperando in un freddo vento  dall’effetto ricostituente, i due si dirigono come ogni domenica al bar, dove berranno qualche morettina come anestetico e sfotteranno i vecchi che bestemmiano guardando le partite in tv. Errata corrige, niente partite oggi e nessun avventore al bar, unica presenza il barista stesso, la cui goliardica personalità è da molti paesani paragonata ad un trattopen nel retrobottega. Il moro (uno è moro e l’altro biondo) fa allora presente che la domenica di per sè è la peggio giornata che Cristo ha voluto sulla terra e quindi di veder quella brutta faccia non gli andava proprio, tanto più che l’indomani doveva rivedere quell’altro bel tomino del suo capo ed allora che si prenda la macchina e la si lasci correre verso i monti.

La macchina sale non senza fatica, mentre attorno il grigio paesaggio invernale, con i suoi mucchietti di neve ghiacciata ai lati delle strada e le case solitarie abitate da solitarie vecchine spegne lo spirito di osservazione del biondo, seduto sul lato passeggero con l’espressione inetta di chi non cerca nulla con lo sguardo. Il moro è stufo di guidare, ha visto un’osteria e vuole fermarsi a bere e a mangiare qualcosa, così magari gli passerà il mal di stomaco. Ora, una volta scesi, il biondo, che, nonostante il domenicale viso sfuggente,  è più riflessivo, dice che più che un osteria gli sembra una porcilaia e solo dei disadattati come loro possono finire in un posto del genere. Ma tant’è, il moro è già entrato e ha chiamato a gran voce l’oste, di cui non c’è traccia. Il biondo dice che tutto sommato nessuno li ha visti e un bel dietrofront gli sembra la scelta migliore, perchè questo posto puzza di merda e di piscio e il proprietario deve essere non demodè, ma cavernicolo proprio. Insomma, insiste il biondo, niente davvero è lasciato al bello, quasi che per un strana confessione religiosa si sia deciso di eliminare tutto ciò che infonde piacere all’animo e sostituirlo con rifiuti umani e di chissà che altro. C’è poco da fare, il moro finge di non ascoltare per non ammettere nemmeno a se stesso la paternità dell’infausta idea. Oste. Oste. Niente. Boh. Quando il biondo sta per prendere in mano la situazione, un grido di spavento lo fa sobbalzare e girarsi verso l’amico impaurito. E’ successo che una gallina, attirata da un chicco, si è avvicinata lemme lemme con tanto di movimento ondulare della testa al piede del moro, dove era situato il chicco e pensando di non recare disturbo aveva iniziato a beccare il piede del malcapitato, il quale era forse entrato in trance durante la spasmodica attesa dell’oste. Offeso nell’orgoglio dalla propria inusitata reazione, il moro si gira e rifila un destro stile pallonetto alla rotonda gallina, a cui tocca la poco ambita parte del pallone, per la verità non migliore di quella che il moro riserva al buon Dio. Il biondo, più sensibile alle rivendicazioni di uguaglianza e parità degli animali, protesta per il gesto eccessivo, ma è ben poca cosa in confronto alla veemente rivolta del cane, uscito a spron battuto da una stanza buia e pronto a difendere l’onore avicolo. Il biondo, non minacciato dal ringhio selvaggio in quanto innocente, constata con cinismo uno stato di disordine e scarsa igiene in Rin tin tin, nonchè la presenza di così tante e affollate colonie di parassiti da far invidia alla riviera romagnola. Ma il can can è fermato da una sontuosa bestemmia. La voce del padrone, il ricordo di sonore bastonate. L’oste. Come Beckembauer, quando si mette male, arriva lui e spazza via tutto e tutti, italiani e inglesi, cani e galline.

 

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