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Posts Tagged ‘ragazzo’

“B&B Dissolvenza” è una locanda immaginaria creata da me e il mio amico fotografo Franco Beccari (altri meravigliosi scatti di Franco li potete trovare nel suo profilo flickr) dove una narrazione accompagnata da una fotografia progressivamente scomparirà, lasciando a l’ospite il compito di immaginare l’antefatto e il prosieguo. Questa la seconda puntata.

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Se tende il corpo a destra, è verso destra che tenterà di fuggire. Allora vedrai il corpo flettere e i suoi occhi vacui ti fisseranno e tenteranno di convincerti del contrario. Ovvero che attenderà lì, dove l’hai scovato, il colpo fatale. Senza reagire al destino. Ti sembrerà di vederti riflesso nei suoi occhi e quell’attimo ti sarà fatale. La sua mente raccoglierà alla causa ogni singola fibra muscolare e al momento opportuno, quando il tuo respiro si sarà oramai fermato e la corda sarà tesa fino all’orecchio sinistro e oltre, sguscerà via e il sasso andrà a sfiorare tutt’al più la coda. Allora quegl’occhi non ti sembreranno più così vacui e non avrai più dove specchiarti e i tendini liberati dalla tensione inizieranno a dolerti e con essi lo stomaco. Non al centro, non è lì che devi mirare, ma là dove tendono le gambe e il corpo. E in definitiva: la mente.
Questo gli avevano insegnato e questo pensava ora, mentre il laccio teso gli faceva vibrare il polso e le dita iniziavano ad allentare la presa sul sasso. Così tirava alla fionda suo padre, così cacciava suo nonno, così uccideva suo bisnonno e così a tutti aveva insegnato il trisnonno. Si caccia con il corpo, si uccide con la testa. Il cacciatore legge la paura, interpreta la paura, dirige la paura. Ci sono animali che hanno solamente la paura a difenderli dal mondo esterno. E’ una paura intelligente che non scade mai nel panico. La paura può essere salvifica se non hai altra difesa e se davanti a te c’è una fionda e una mano salda a tendere il dardo fatale.
Aveva ragione mio padre, mio nonno, mio bisnonno. Pure mio trisnonno. Nel momento della caccia si racchiude l’esistenza, pensò. Che non è una strada diritta e non è manco una strada curva. E’ una strada con infinite traverse e quando la diritta via è impraticabile, tocca voltare a destra e sinistra. E pensò che anche a quell’essere che aveva davanti qualcuno aveva insegnato come comportarsi. Fu allora che vide quel piccolo corpo tendere a destra. Guardò a destra anch’egli con l’occhio sinistro, quasi a preparare la mira. L’avrebbe colpito? Probabilmente si. Ma era davvero questo il fine ultimo di quella caccia? No, si disse mentre ormai le dita liberavano la presa sul sasso. No, il fine ultimo è divenire uomo. La differenza tra uomo e ragazzo sta tutta lì: il ragazzo assorbe, l’uomo rielabora. Quello che gli avevano insegnato era una strada diritta, ma di vie traverse non gli aveva detto mai nessuno. Ora stava a lui dimostrare dove stavano quelle strade. E così scagliò il sasso a sinistra dell’animale.

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Mi chiamo Luca, ho ventuno anni e vi scrivo perchè da ormai due settimane sono fermo nel letto. Si, fermo nel letto, ma non lasciate lacrimare i vostri cuori, se Dio vuole nel giro di poche settimane mi rimetterò in sesto. E’ stato un attimo di distrazione, un sorpasso improbabile, non ricordo bene a dire il vero, ma, questo è ciò che conta, lo scorso lunedì mattina sono finito nel fosso con quella che era la mia auto ed ora è solamente un cubetto di ferraglia e lamiera.

Quando ancora credevo nella religione cattolica e già mi maltrattavo ogni sabato sera, pensavo che il lunedì fosse la punizione divina ai bagordi del sabato. L’educazione mi aveva lasciato in retaggio un corposo senso del peccato, un macigno che mi portava a cercare le origini delle sfighe nell’autoerotismo invece che nei miei  comportamenti immaturi. Già che ci sono vi dirò che quel che più mi turbava tra quelle terribili storie bibliche era la distruzione di Sodoma e Gomorra e quella povera donna che per aver assecondato un pizzico di curiosità femminile fu tramutata in pietra. Pensavo, ma se Dio da un occhio a quello che le donne guardano in Tv, a noi uomini tocca passare tutti dall’altra sponda, a meno che non si voglia tentare un approccio con un sasso. O forse, per dirla tutta, in pietra le tramuta davvero senza che apparentemente nessuno se ne accorge e allora è spiegabile il motivo di tanta freddezza in certi lascivi rapporti con l’altro sesso.

Fatto sta che sono qui nel letto con una gamba levata e nemmeno i carabinieri han voluto credere alla punizione divina. Forse avrei potuto dire che quello che mi hanno trovato nel sangue era frutto di frequentazioni diaboliche e che mi impegnavo a respingere mammona e i suoi adescamenti e magari dicevo anche una ventina di padri nostri e avemarie, ma così, oltre che Sert e analisi varie, rimediavo pure un appuntamento al Cim. Insomma, oltre al danno anche la beffa e così mi ritrovo senza auto e senza patente. Pazienza.

Dimenticavo di raccontarvi cos’è successo lunedì mattina. Beh, a dire il vero bisognerebbe partire da sabato sera, ma le mie serate balorde ve le racconterò un’altra volta. Accontentatevi di sapere che lavoro ogni santo giorno feriale e ogni santo giorno feriale penso al venerdì sera, il lunedì, il martedì, sempre penso al venerdì sera, perchè altro non ho che pensare alla libertà e per me, che non sono nato sotto ceccopeppe e nemmeno sotto il Duce, la libertà non è poi tanta roba. Pesquito, coca e rum, hascish, la mia libertà ha nomi stranieri e nessuna ideologia alle spalle. E così la domenica si vegeta fino a sera, con le tempie che pulsano e un orecchio alle due partite che il calcio moderno ha lasciato la domenica pomeriggio. Pareggi di Chievo e Siena a parte, in poche ore arriva il lunedì, inesorabile come i libri di Bruno Vespa a Natale. Ho staccato la sveglia, ma sebbene il trillo di quell’aggeggio sia peggio di un freno senza pastiglie a me parve proprio quella soave ninnananna di Brahms e così i miei sensi obnubilati si ripresero solamente dieci minuti dopo. Un’eternità, cazzo! E’ tutto calcolato, ne basterebbe uno di minuti per mandare tutti i calcoli all’aria! Tangenziale, circonvallazione, superstrada, un bel camion targato Caltanissetta e si timbra alle 8 e 2 minuti, il che è drammatico. Quanta rabbia si mangia su quelle infime strade di lavoratori così addormentati da guidare con il peluche ancora stretto al petto e semafori in file da dieci, i primi nove sempre verdi e l’ultimo con un sensore dotato di potentissimo algoritmo in grado di calcolare il tuo ritardo. Se sei in anticipo, ti lascia andare, così da arrivare dieci minuti prima e sopportare i discorsi di pannolini sporchi delle colleghe a cui bisogna per lo meno sorridere per non passare da antipatici. Ma se il calcolo è otto in punto, beh, caro mio sei fottuto.

Quel lunedì mattina, oltre la sveglia ammaliatrice, i guidatori con tanto di Trudi, i semafori intelligenti e i camion confusi c’era pure un trasporto eccezionale. Galeotto fu il masso di granito e il cane che lo guidava, scrissero sorpasso azzardato sul verbale, ma che dovevo fare? Insomma, mica potevo arrivare alle 8 e 11 minuti, il lavoro è una cosa seria e ci vuole rispetto.

Ora sono qui nel letto con la gamba appesa e ho perso auto, patente e pure il lavoro, perchè avevo un contratto di quattro mesi che scadeva il mese prossimo e nemmeno un buon samaritano me lo rinnoverebbe. E pensare che mi sono sacrificato per il lavoro. Ingrati.

Ma non mi avranno mai, nessuna analisi delle urine, nessun’auto che avanza per inerzia e nessun malvagio semaforo mi fermerà. Continuerò a combattere per la mia libertà, per la mia rivoluzione personale. Io sono la mia libertà e il mio futuro. No, non mi avrete mai, non avrete mai i miei sabati sera. Fino all’ultimo bicchiere.

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