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Posts Tagged ‘parigi’

Pubblico un post che ho scritto pochi giorni fa per il blog di sport e altro inzonacesarini.wordpress.com, dove ho una piccola rubrica dal nome “Caro Diego, se tu, Ernst ed io…”

In zona Cesarini

C’è qualcosa di strano nel prendere una bicicletta a Parigi, in una di quelle domeniche di finta primavera come solo il nord sa regalare e andare fino a Roubaix, più di duecento chilometri a est, al confine col Belgio. C’è qualcosa di insano e irrituale nel non prendere la superstrada o che ne so la statale e cercare, invece, le strade dimenticate da Dio, strette, manco asfaltate perché lasciate a pavè, lastroni di pietra sistemati, quando possibile, uno accanto all’altro. C’è qualcosa di incosciente nel cacciarsi, insieme ad un gruppo di cento e più persone, a tutta velocità in un imbuto dove la strada, di colpo, non è più asfaltata, non è più larga di un paio di metri e tutto attorno è foresta, foresta verde e umida, di quelle che non fanno concessione alle diavolerie moderne e le telecamere le cacciano indietro, in fondo al gruppo, a filmare chi…

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Rinnoviamo. Questo blog ha bisogno di una ventata di novità. Niente di rivoluzionario a dire il vero, per un sentimentalconservatore come me ogni movimento deve essere ponderato ed assimililato. E poi, se proprio vogliamo dirla tutta, si nasce incendiari e si muore pompieri, come diceva uno che ne sapeva più di me. Bando alle ciance, scusate ma mi perdo sempre una volta là e l’altra qua. L’idea è questa: ogni settimana citerò una frase famosa e aggiungerò un mio simil commento. Vorrei dire breve, ma conoscendomi…

Bene. Ecco la prima:

“Parigi val bene una messa”

disse il buon Enrico IV in una calda mattina dell’estate 1593. Avrebbe dovuto rinnegare la fede ugonotta e convertirsi al cattolicesimo per cingere finalmente la corona di Parigi. Questo lo disturbava non poco, ricordava sempre con nostalgia quelle belle giornate di guerra di religione quando, con gli amici ugonotti, rincorreva i cattolici in fuga cantando “Je suis Huguenòt”. Il pensiero non gli permise di prendere sonno la notte precedente al fatidico pronunciamento. Ma, all’improvviso, gli apparve in sogno uno strano personaggio dalla parrucca bianca e lo sguardo arcigno. Gli parlò del futuro della città, dei meravigliosi boulevard, del pret-a-portet, degli illuministi, dei meravigliosi palazzi e di tutti quei personaggi che l’avrebbero popolata negli anni a seguire. Ma Henri resisteva, “No, no, je suis huguenòt” e l’apparizione le tentò tutte, pure la carta Psg, ma non ottenne nulla finchè non accennò al Moulin Rouge e alle scosciate ballerine di Can Can. Con un rivolo di bava quel vecchio sporcaccione, reduce da più battaglie tra le gambe di donne che su quelle di un cavallo, non potè che dire “Oui! Oui! W le Pape!”. Superato l’abbandono ad Eros, si disse però rammaricato di dovere abbracciare la fede rivale. Ma l’apparizione lo rassicurò, spiegandogli che a quelli ci avrebbe pensato lui. Incuriosito, Henri chiese chi diavolo fosse. “Je suis Maximilien Robespierre, monsieur Henri Bourbon…” Risvegliatosi, Enrico chiamò il fido scudiero e disse “Preparati, si va a messa” “Che era imbriaco ier sera messer Enrico?” “No, coglione, la giarrettiera val bene una messa.” Ma della prima parte della frase non v’è rimasta più traccia e la seconda, diciamocelo, non era poi molto elegante sulla bocca di un Re e così fu cambiata.

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