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Posts Tagged ‘nazionalismo’

Prima ancora di Tarquinio Prisco e pure di Assurbanipal, ci fu un tempo in cui gli uomini si unirono davanti al fuoco e stabilirono che ci doveva essere una regola, una legge, insomma quello che millenni dopo Rosseau avrebbe chiamato contratto sociale, richiamandosi proprio a quei burberi piromani da lui chiamati buoni selvaggi, ma che di bello e buono, per i canoni attuali, avevano davvero poco. Filosofia spicciola a parte, già allora gli uomini erano divisi in tre categorie: i furbi, i leccaculo e i casca il mondo non mi confondo, caso mai mi incazzo più tardi quando ormai alea iacta est e non c’è più nulla da fare, tranne dare colpa al destino infausto che altro non ha da fare che segurmi passo passo. In quella ancestrale grigliata di beccacce c’erano due furbi: uno grande, prestante e dal fascino notevole, l’altro brutto e rachitico, ma grande affabulatore dalla voce sicura e squillante. I due si strizzarono l’occhio destro e dissero che così non si poteva andare avanti, ci voleva ordine e disciplina, il caos era dietro l’angolo e presto l’anarchia si sarebbe impadronita del mondo. Il furbo rachitico tuonò parole di fuoco verso gli astanti, disse che tre uccelli, quattro cerbiatti e pure una scrofa in calore gli avevano parlato durante una defecazione in un campo di ortiche e gli avevano presagito incredibili sventure se entro pochi giorni la combriccola non avesse trovato un condottiero in grado di difendere la carbonella per la griglia dalla marcescenza. Fu allora che l’aitante furbacchione si alzò e disse alcune assurde frasi studiate la notte precedente, fregnacce come “Tanti nemici tanto onore” e “perfida albione” e le disse così bene che i deretanisti si alzarono e sebbene non credessero ad una parola di quelle dette fino allora, si finsero entusiasti e festeggiaro con orge e equilibrismi vari fino al mattino. La categoria con il nome lungo non disse nulla e dopo aver violentato un paio di donne per compiacere i baccanti (non scandalizzatevi, solo Rousseau credeva che erano buoni selvaggi) se ne andarono a letto perchè il giorno dopo mica era festa e qualcuno doveva tirare avanti la baracca. Uno solo si alzò e disse che, secondo il suo modesto parere, tutto ciò gli sembrava proprio una gran fregatura e, se proprio si doveva scegliere qualcuno, era meglio andare per votazioni e non ascoltare le boiate di un ubriacone diarroico e tutto ripiegato su se stesso come un fiore sgualcito. Udita una tale aberrazione, il bel furbetto si staccò dal di dietro di una giovane pecora e inveì contro il ribelle con il virile membro ancora in mirabile tensione. Il poveretto si attirò così l’odio di tutti, leccaposteriori e maggioranza silenziosa, con l’unica defezione della pecorella che belò invano il suo canto di ribellione e nella calca che ne uscì, vendicò l’oltraggio subito con un calcio nei preziosi del sublime furbetto. Nel tumulto generale, il negazionista dell’ispirazione divina del potere terreno scappò altrove e organizzò un’inutile resistenza con la pecora come unica compagna.  Nulla fu più come prima, dopo quella notte. Cambiarono i rapporti tra le persone, tra persone e animali e perfino tra persone e fuoco, perchè da allora tutto ciò che prima era uno divenne bino, una parte, la migliore, per i due furbi e i migliori spazzolatori del momento e l’altra per i rimanenti, sempre che qualcosa rimanesse e scusate il gioco di parole. Certo, c’era chi pensava e perfino sosteneva a voce che qualcuno stava prendendo per i fondelli tutti gli altri, ma chissà perchè il giorno dopo tali stonature erano stralciate dal coro dei sbadigli di prima mattina, appianate come fossero dossi nella strada dritta che portava al campo di lavoro, attutite come fossero rugosità nei pagliericci che attendevano i lavoratori ogni sera. Senza contrasto alcuno, se non il rivoluzionario della prima ora e la pecora oltraggiata, i furbi si lasciarono andare ad ogni nefandezza, utilizzando a volte la forza, a volte la suggestione di tremende pestilenze provenienti dall’ira di chissachì. Tali profezie ebbero così successo sulla maggioranza del dormo-lavoro-mangio-riproduco-cacca-pipì-crepo che ben presto si utilizzò quasi esclusivamente tale tecnica di persuasione, provocando, tra le altre cose, i primi dissidi interni tra i due furbetti, nonchè l’ira del suddetto chissachì, che stufo di udire panzane di ogni genere in suo nome, inviò il figlio a sistemarli per le feste. Ma qui, cari lettori, ci siamo spinti troppo in avanti nel tempo e perciò possiamo dire che è un’altra storia.

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“Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d’estate. Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell’imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il “Lisboa” aveva ormai una pagina culturale, e l’avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte.”

Uno dei miei libri preferiti, un libro sulla libertà e sull’uscita dallo stato di indifferenza verso ciò che ci circonda, un racconto che narra dell’impossibilità di chiudere gli occhi e scostare lo sguardo dinnanzi allo scorrere della storia. Ho amato questo libro perchè amo chi racconta di libertà, chi sa amare senza fanatismo. Questo Tabucchi era: uno che amava il Portogallo in tutte le sue forme e colori, ma sapeva rifuggire lo stolto nazionalismo, madre di innumerevoli violenze.

Addio, Signor Pereira.

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