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Posts Tagged ‘allegria di nubifragi’

“Ohi, vieni qui. Ti devo far vedere una cosa” disse Poulidor. Essendo che animavano la stanza due persone, un gatto e un computer, la questione su chi avrebbe dovuto dirigersi verso Poulidor e il computer, pensò Bottecchia, si risolveva in questi termini:  o lui o il gatto. Si, probabilmente era lui, ma non rispose.
“Ohi, vieni o no?”
“Chi, io o il gatto?” chiese Bottecchia. Poulidor girò lentamente il capo e fece “Ma sei scemo?” Bottecchia se ne stava a terra, un paio di metri dalla postazione del computer, sdraiato come un Trimalcione qualsiasi ad un banchetto. Teneva il gomito destro puntellato al pavimento, la testa appoggiata sull’avambraccio, mentre il dito indice della mano sinistra scorreva tra le videocassette della libreria. Poulidor lo osservò per qualche secondo.
“Cosa stai facendo?” chiese infine “Non vedi?” rispose Bottecchia “guardo le tue videocassette. Poulidor si voltò di scatto e si levò a pochi centimetri dalla sedia “Non sono mie, sono di mio padre, lasciale stare.” esclamò. Rimase in silenzio per una manciata di secondi, poi, essendosi accorto di non aver sortito effetto alcuno, ribadì il concetto “Lascia stare quelle videocassette. Non è roba mia. E’ di mio padre”  Il tono della voce era perentorio. Tuttavia le parole lasciavano intendere una preoccupazione eccessiva. Bottecchia percepì il disagio e tuttavia, mosso dalla curiosità, decise di indagare “Ha dei bei film tuo padre. C’è pure Renoir, e… Kurosawa, cazzo, Kurosawa!” E così dicendo tentò di sfilare la videocassetta. Poulidor allungò il braccio, quasi a voler fermare il gesto dell’amico, nonostante fosse ad un paio di metri di distanza. (altro…)

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“E poi a mettersi in regola ti ammazzano. Mi devi credere, sembra che la facciano apposta. Si, io a volte credo veramente che la facciano apposta. Tu mi devi dire perché uno lo devono schiacciare con le tasse. Non basta il lavoro infame, la vita di merda, le malattie? Per me c’è qualcosa sotto. Si, guarda, non può essere che quello: c’è qualcuno che comanda, ma non i politici, quelli pensano solo ad arrafare, no, no, sopra i politici, qualcuno che davvero sta nella stanza dei bottoni. I politici? I politici sono burattini, non li vedi? Quella è gente che si accontenta di vivere alle spalle del prossimo. Chi comanda li tiene lì perché gli fanno comodo. Così, mentre questi si mangiano anche le palle del paese, gli altri traggono le fila. L’altra sera ho visto un video che parlava di una setta, una roba che si riunisce in loggioni…”

 

“Logge, Koblet, si chiamano logge. E quella che tu definisci setta è la massoneria.” lo interruppe Bottecchia. Precisati i termini, diede un sorso alla birra e la posò sul bancone. Non ascoltava il compagno di sgabello ormai da un paio di minuti, ma aveva captato quella che gli era sembrata una castroneria troppo grande per essere lasciata ad aleggiare nel pub. Non che pensasse che il resto del discorso fosse passabile, non per altro aveva abbandonato la discussione ormai da tempo, ma imbastire una discussione di geopolitica con Koblet il lattoniere alle due e quindici del mattino era ben più idiota che lasciarlo sproloquiare.

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E’ un traguardo. Aggiungo e specifico: un traguardo di poco conto. Eppure per chi pigia questi tasti significa molto. Non parlo ovviamente di successo, siamo in tanti a cercare di dare un nesso logico alla sequenza qwerty ecc., la concorrenza è spietata pure per noi scribacchini. C’è qualcosa d’altro, per fortuna, un qualcosa che mi inorgoglisce e mi ripara da sogni di successo che forse ho e che magari è giusto che abbia, ma da cui devo difendermi. Non conta, me lo ripeto e alla fine, giuro, ci credo. Arrivati a questo punto, ci sono cose più importanti. Quello che conta è essermi autoimposto cento volte di fare qualcosa, avere sforzato la mia immaginazione cento volte, essermi esposto al giudizio altrui cento volte, aver cercato di fare meglio che la volta precedente novantanove volte. Allegria di Nubifragi ha raggiunto il suo centesimo post. Il centesimo è questa sottiletta di pensieri digitali che alcuni di voi si stanno spalmando sul laptop. Penso di non essere mai stato così costante, di non avere mai protratto una attività così a lungo senza essere costretto da maestre o capireparto. Forse ho trovato un punto fermo, un chiodo piantato in quell’albero fatto più di radici che di rami che è il sottoscritto. Che bella descrizione mi sono fatto. Peccato che ora mi è venuta in mente una carota. Alberi (ortaggi?) a parte, per questo e per tanto altro, grazie mille Allegria di Nubifragi. Anzi, grazie cento.

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Pubblico un post che ho scritto pochi giorni fa per il blog di sport e altro inzonacesarini.wordpress.com, dove ho una piccola rubrica dal nome “Caro Diego, se tu, Ernst ed io…”

In zona Cesarini

C’è qualcosa di strano nel prendere una bicicletta a Parigi, in una di quelle domeniche di finta primavera come solo il nord sa regalare e andare fino a Roubaix, più di duecento chilometri a est, al confine col Belgio. C’è qualcosa di insano e irrituale nel non prendere la superstrada o che ne so la statale e cercare, invece, le strade dimenticate da Dio, strette, manco asfaltate perché lasciate a pavè, lastroni di pietra sistemati, quando possibile, uno accanto all’altro. C’è qualcosa di incosciente nel cacciarsi, insieme ad un gruppo di cento e più persone, a tutta velocità in un imbuto dove la strada, di colpo, non è più asfaltata, non è più larga di un paio di metri e tutto attorno è foresta, foresta verde e umida, di quelle che non fanno concessione alle diavolerie moderne e le telecamere le cacciano indietro, in fondo al gruppo, a filmare chi…

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nubifragio

Potrei dire di non saperlo, così come potrei dire di esserne venuto a conoscenza grazie alla notifica di WordPress. Vi dirò, invece, che ero a conoscenza del compleanno di Allegria di Nubifragi, ma, per essere sincero, non ricordavo se la ricorrenza cadeva oggi o domani. Bene, in ogni modo avevo deciso che fosse oggi.

Tanti auguri!

Mi viene da ridere, scusate. A voi non fa ridere fare gli auguri ad un blog? E’ un pò come fare gli auguri ad un cane. Già vedo la scena: La Signorina divorziata e in carriera dribbla auto, semina semafori, sfiora bici elettriche, rischia di lasciare quattro denti sulle scale di casa, fa suonare l’allarme, getta la borsetta di Prada a mo di cencio e tutto per abbracciare Boby, che proprio oggi compie tre anni e in regalo avrà un capottino nuovo comprato con i soldi dell’assegno per gli alimenti dell’ex marito. Anche io stamattina, appena sveglio, mi sono precipitato al pc, ho cliccato furiosamente il pulsante destro del mouse, imprecato con Windows per la sua lentezza, mangiato nervosamente l’unghia dell’anulare destro e finalmente ho visto aprirsi la pagina del mio blog. Ah, quale gioia mi ha inondato il cuore! E allora si, con le lacrime agli occhi ho baciato la mia creatura, cosi che mia madre, vedendomi baciare una schermata con la foto di due bimbi di spalle ha pensato inorridita che forse trentanni non bastano per conoscere le persone.

No, non ho fatto niente di tutto ciò. E non ho pensato a nessun discorso. Discorso! Discorso! No, non fa per me, odio i protagonismi. Però una cosa l’ho fatta: ho riletto “Chi è costui”, il primo post che scrissi su questo blog. Ahimè, per ciò che riguarda la descrizione dell’autore, non è cambiato nulla.

Vedi, cara Allegria di Nubifragi, il tuo scribacchino, il nullafacente che ti nutre di boiate non è cambiato. E non solo, ti ha pure fatto il regalo: ti ha scritto il post di auguri come piace a te, di getto, senza aver mai premeditato. Qualcuno direbbe a caso. Ma io lo so, a te piace così. Ancora auguri. E scusa per il titolo.

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Camminano e si direbbe proprio che sanno dove devono andare. Il passo deciso e lo sguardo sicuro porterebbero l’osservatore a pensare che questi due hanno una direzione precisa, una meta a cui vogliono giungere. No, in verità non sono mai stati qui e non sanno nemmeno perchè vi son giunti. E nemmeno se lo chiedono, avanzano spalla spalla in questo paese sperduto e sconosciuto, in questo grumo di case di senza dimoranti, persiane chiuse da anni, muri inumiditi, camini inattivi, proprietà lontane e disinteressate. Occhieggiano qualche particolare, un movimento veloce di cornea, un’istantanea visiva, niente più. Ciò che gli circola nella testa non ci è dato sapere, accontentiamoci di sapere che non pensano al perchè sono li. Forse credono nel destino e perciò qualche oscura mano li ha portati in quel momento in quel paese. Forse cercano qualcosa senza sapere, senza volere, senza nemmeno crederci poi tanto. Forse, in un pomeriggio di tedio, hanno preso l’auto e l’hanno lasciata correre, limitandosi ad assecondare i tornanti stradali. Ed è la motivazione più probabile, ma, in ogni caso, non lo sapremo mai. C’è una forma di vita, comunque. Forse non l’unica, sicuramente non l’unica. Una silenziosa statistica, giusto un attimo fa, ha portato uno dei due a sentenziare che almeno sette case presentano vita all’interno. L’altro ha riflettuto un paio di secondi, fissando una grondaia color rame, poi con un cenno della testa ha dato il suo assenso. Ma ora la faccenda è diversa, non si tratta solo di un abitante, ma di un autoctono che, in qualche modo, mostra segni di interazione con i due passanti. Eccola, la sagoma della vecchina mostrarsi timidamente alla finestra, aguzzare la vista accorgendosi, con tanto di malcelato stupore, che i due passanti non appartengono alla fauna locale. Difficile spiegare quali e quanti interrogativi assalgono la mente dell’anziana signora. Non è facile tenere un discreto contegno quando una persona vi fissa con insistenza. Se poi siete in una zona dove sapete di non essere propriamente a casa, beh, sarà difficile reggere il peso di qualsivoglia sguardo indagatore. Questo è il caso di uno dei nostri, non di entrambi. No, perchè uno di loro, senza indugio né tanto meno timore reverenziale, si ferma e fissa a sua volta la vecchina alla finestra. Questa non par credere a tale ardire. Chi è costui tanto audace da sfidare uno sguardo indigeno? La vecchina rimane interdetta, poi, con piglio decisionista apre la finestra e non vi è allora più impedimento alcuno alla comunicazione. Ma l’ardire della Signora non va oltre, lei ha aperto la finestra, ha fatto la prima mossa, ora attende la replica avversaria. Ma, il giovane, ancora una volta, non si dimostra impacciato. “Signora mia, lei forse ora vorrebbe chiedermi qualche cosa. Ma, questo lo deve sapere, potrei chiederle anch’io diverse cose e le assicuro che nessuna delle mie domande sarebbe di convenienza né fuori luogo. Per esempio, potrei chiederle dei tempi che furono, di quando questo paese germogliava, sprizzava gioventù, di quando i primi hanno iniziato a fare le valigie, di quando si è spopolato del tutto e tante altre cose, che, immagino, dopo una certa ritrosia iniziale, lei mi racconterebbe con grande felicità, sebbene immagino potrebbe divagare un pò troppo complicando la mia ricezione di notizie utili. E tanto altro le potrei chiedere, ma, diciamocelo, a lei interessa una sola cosa: sapere quali sono le nostre cattive intenzioni. Già, perchè per di qua, starà pensando, possono arrivare solamente ladri di pensioni altrui. E invece no, Signora mia. Non so dirle perchè son qui ma non certo per infastidirla o appropriarmi di proprietà altrui.” E poi tace, mentre il suo compare non guarda nemmeno la scena e lentamente prova ad allontanarsi, forse mosso da un crescente imbarazzo. La vecchina, dal canto suo, ha capito praticamente nulla dell’arzigogolato discorso e comunque lei rimane dell’idea che quei due han qualcosa di losco. Chiude la finestra, ma non certo con decisione, anzi il suo gesto parte già lento e perde sempre maggior vigore nell’atto di compiersi, quasi come volesse essere interrotta, come se volesse ancora una volta ascoltare quella voce difficile. Ma la comunicazione tra generazioni, tra indigeni e forestieri, termina qui. Il giovane volge lo sguardo altrove e camminando con l’amico, svicola altrove. In un’altra storia. La vecchina si siede accanto alla stufa e accende la tv, ma non la osserva. Guarda la foto del fratello da giovane, posata sul comò. Quel ragazzo assomigliava proprio al fratello. La voce, poi, era praticamente la stessa. Le manca molto l’adorato fratello. Le manca pure la gioventù e pure il paese. Quello che era, non quello di adesso. E fu così che l’anziana Signora ebbe di che pensare per tutto il resto della giornata.

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“Alba pratàlia aràba et albo versòrio teneba, et negro sèmen seminaba” *(vedi nota fondo pagina)

scrisse. Poi gettò la penna d’oca con decisione e si strofinò il viso con i palmi delle mani, sbuffando. No, a volte non ce la faceva proprio. Forse non era il suo lavoro, forse solamente la sua natura era un’altra, magari arare i campi come suo padre o costruire edifici come suo cugino. E invece così avevano deciso per lui: frate. Si alzò e si portò alla finestra. Verona dormiva, nessuna luce affiorava dalle tenebre. Era ormai ora di cena, del resto. Pensò che quell’anno l’inverno era arrivato in fretta. Chissà come se la cavava suo padre al paese, un inverno così precoce avrebbe potuto provocare non pochi problemi. Se fosse stato ancora là avrebbe potuto aiutare, non sapeva di preciso come perché aveva abbandonato i campi in tenera età, ma sempre meglio di stare lì a copiare stupide pagine di lingua latina in quel monastero di gente silente. Ma gliela avevano tagliata la lingua a questa gente? O forse entro poco tempo sarebbe lui stesso diventato un animale solitario e remissivo, uno scribacchino la cui unica funzione era ricopiare cose scritte da altri nella notte dei tempi? Scosse la testa e tornò alla sua postazione, se l’abate l’avesse visto bighellonare lo avrebbe sicuramente redarguito. Con lo sguardo, si intende. Quella postazione in legno, statica e squadrata, era il simbolo della sua virilità ingabbiata. Guardò il foglio. Quella scritta in dialetto, da lui vergata di straforo nel codice ricopiato, lo fece sorridere. Gli sembrò un riscatto: si, avrebbe ricopiato codici tutta la vita, ma ogni tanto avrebbe aggiunto, qua e la, piccole postille, proverbi che ricordavano la sua infanzia campagnola. E poi, non era forse lo stesso destino, quello del contadino e dell’amanuense, solcare campi con uno strumento e seminare semi? Il suo campo non era più marrone, ma bianco, il suo seme non più verde, ma nero d’inchiostro. Così stavano le cose. Sentì entrare l’abate. Seppellì velocemente il foglio con la postilla in dialetto in una pila di carta. Non lo avrebbe mai letto nessuno, pensò. E la tristezza lo assalì di nuovo.

*Frase ritrovata a margine di una pergamena antica. E’ stata ivi apposta nel VIII sec. da un anonimo amanuense veronese. Conosciuto come “indovinello veronese”, è considerato il più antico esempio di lingua romanza italiana scritta.

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