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Posts Tagged ‘social network’

E’ tutta colpa degli specchi. Gli specchi sono vetusti, superati, non hanno saputo rimanere al passo con i tempi, intercettare le necessità del nuovo animale metropolitano. Così la gente ha cercato altrove. Ecco.

palestra

Il fatto è che una volta gli avventori delle palestre si comportavano diversamente. Detto così pare siano trascorse manciate di lustri. Invece no, si tratta di pochi anni. Tre, quattro, al massimo cinque. E ripeto: la chiave di volta sta proprio in quegli specchi che tappezzano le pareti.

Una volta in palestra funzionava così: terminavi il tuo esercizio, lasciavi che la giugulare si riprendesse dallo stress immane a cui l’avevi sottoposta, ti avvicinavi allo specchio e fingevi di controllare la rasatura. Ma solo se eri timido, vestivi una T-shirt a maniche corte manco troppo attillata e ti accontentavi delle protuberanze che pian piano spuntavano all’altezza dei pettorali. Perché se invece facevi parte della categoria degli audaci, quelli in canotta aderente, non avevi certo timore di tendere il gomito verso la spalla sotto gli occhi di tutti. I più fieri cercavano poi lo sguardo degli altri riflesso nello specchio, mentre i più esaltati si esercitavano e parlavano solamente davanti al vetro, a costo di spostare macchine e invertire il senso di marcia dei Tapis roulant. Si narra di un atleta talmente rapito dalla forma del proprio deltoide riflessa nello specchio da terminare la seduta di allenamento senza eseguire alcun esercizio. E manco accorgersene. (altro…)

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E’ una costante dell’umanità: dagli albori della civiltà, l’apparire, il figurare, il ci sono e se ne parli non importa come ma se ne parli, fa parte dell’indole umana. Non penso sia un vezzo da esteti o malati di gossip, io stesso ora sto scrivendo per apparire, nella speranza che qualcuno legga e magari dica: “che bravo, che idea geniale!” Del resto ho sempre considerato una bufala chi ha l’ardire di affermare “lo faccio per me”. Si, anche, ma di riflesso. Mi spiego meglio: se per esempio io mi vesto in un certo modo, qualsiasi esso sia, sicuramente quello stile a me piace, ma quando mi guardo allo specchio, anche inconsciamente, mi chiedo se piacerò, se non a tutti, per lo meno a chi piace a me. Lo stesso punk (quello vero, sulla fighettagine pseudopunk passim), dall’alto del suo rifiuto più totale di tutto e tutti cerca di esprimere qualcosa attraverso l’apparenza. A se stesso, ma pure a chi lo circonda.

Con l’evolversi della società l’apparire ha assunto forme diverse e, particolare di non poco conto, si è espanso in modo esponenziale sui nostri stili di vita. Un tempo era il ritratto e la letteratura, poi venne la fotografia, poi la Polaroid, il cui utilizzo, con i dovuti distingui tecnologici, non era lontano dall’attuale digitale.  Nel frattempo il cinema presentava i primi esempi di immagini di successo da consumare: il personaggio non era più ad uso di piccole comunità o posteri, ma raggiungeva in breve tempo i quattro angoli del pianeta, magari abbinato ad una strategia del nascente marketing. La notorietà assumeva aspetti diversi, usciva dal ristretto alveo aristocratico e diventava alla portata di tutti, bramata (e per assurdo raggiungibile) pure da poveri ed analfabeti che vedevano in quell’overdose di foto e cartelloni pubblicitari il riscatto di una vita. Se ricordate il film di Visconti Bellissima (1951), la protagonista Anna Magnani è disposta a qualunque cosa pur di far ottenere alla giovane figlia una parte in un film.

Venne la televisione e ci insegnò l’italiano, ma allo stesso tempo ci abituò, in certi casi narcotizzò, all’importanza dell’ apparire, fino agli estremismi degli ultimi decenni, ben sintetizzati dalla frase di Lele Mora nel documentario Videocracy: “L’importante è apparire.” Sul perchè ed in che modo, sono altrettanto esplicativi i suoi trascorsi giudiziari. Con internet si è giunti alla democratizzazione assoluta dell’apparire. Potremmo parlare degli inventori di Google, Napster e Facebook, ignoti studenti giunti all’altare della fama, ma sarebbe fuorviante. Pensiamo piuttosto all’uso dei social network da parte della gente comune, a quella sovraesposizione, per certi versi incontrollabile, che più o meno volontariamente ci ha investito negli ultimi anni. Pure se non siete su Facebook, è certo che compariate in alcune foto, magari a vostra insaputa. Idem per YouTube: proprio ieri ho visto un video dove apparivo in un primo piano. E’ ormai entrato nella normalità il condividere con tutti, conosciuti e non, immagini ed emozioni sotto forma di foto digitali e post. Anzi, il vero “successo”, se di questo si può e vuole parlare, è misurato in base alla quantità di amicizie (non ahimè la qualità), dai Like ottenuti, da quanti commenti si riescono ad ottenere. Se da una parte l’utilità di questi mezzi è chiarissima, dall’altra può scadere in una ricerca maniacale dell’immagine, dell’apparire ad ogni costo: link banali ma condivisi, post maleducati ma di sicuro effetto, fatti propri condivisi senza rispetto né di se stessi né di chi si ritrova a leggere certe idiozie.

Il must (ma è meglio worst) sono, a mio parere, quelle persone che prima fanno alcune cose che ritengono fonte di chiacchiere e pettegolezzi e subito dopo accusano immaginari denigratori, magari a lettere cubitali (in spregio alla netiquette) di bigottismo, mancanza di apertura mentale ed affini. Ovviamente a ciò seguono risposte di fedayn del personaggio, in prima linea ad offrire assistenza a parole e perché no, pure a fatti. Fa parte della natura umana: qualsiasi rivoluzione ha effetti sia positivi sia negativi sulla società. Sullo sfondo, tolta filosofia e tecnologia, sempre quello c’è: l’importanza di apparire.

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Rivoluzionari della tastiera, l’Italia s’è desta. Armatevi di mouse, avventuratevi in nuovi link, scandagliate l’etere, condividete l’informazione. Non preoccupatevi di capire cosa state facendo, cercare riscontro alle tesi che vi sbattono in homepage, la notizia è veloce, dura un attimo e chi prima la condividerà prima godrà. Vi imposero il mercato della finanza libera e delle banche e voi giuraste fedeltà al migliore dei mondi possibili, vi dissero che i giovani erano vandali nichilisti e voi li condannaste in massa, vi assicurarono che la democrazia era sospesa e voi vi indignaste, vi proposero di essere ribelli, si, finalmente voi, proprio voi che avete sempre fatto parte della maggioranza silenziosa, che avete sempre fatto di tutta un’erba un fascio, che avete sempre preferito voltare lo sguardo ed abbuffarvi di delitti, naufragi, bunga bunga e sprezzare in buona fede gli ingrati del benessere. Ecco, ora tocca a voi, il mouse e il telecomando vi chiamano. C’è da difendere qualcosa, non si sa bene che cosa, si parla di licenze, fascie c, camionisti, non si capisce bene. Non importa, non state a leggere tutto,   scegliete il più accattivante dei link, il tono politico più osè, la notizia più cruda e banale, ma si, lasciatevi andare, non abbiate paura di dire “a morte!”, ne va delle fondamenta su cui vi siete retti in questi anni. Vi ricordate quando si stava bene? Quando i politici facevano il loro lavoro, ovvero mettere a posto le persone? Quando si rubava a man bassa ma si stava meglio comunque? Quando a quarantanni si iniziava una nuova vita con in tasca la pensione e nell’agenda gli impegni del nuovo lavoro in nero? Ci hanno tolto quanto avevamo di più caro. Ma noi venderemo cara la pella. Ah si, lor signori non credano di farla franca, le notizie oggi corrono, tutto si viene a sapere. In fondo basta un titolo, mica bisogna leggersi un articolo intero. Appoggeremo ogni rivolta, anche gli escrementi se vorranno dire la loro avranno il loro giusto spazio. A tutto c’è un limite, però. I giovani no, i giovani per l’amor di Dio no. Che vadano nei centri sociali.

Bene, ritorno in me. Scusate la vena polemica, ma ne avevo piene le palle. Chiudo con una domanda: sapete che è dagli anni novanta che siamo in mano alle banche e non dal dicembre 2012? Ci volevano notizie networkomandate  e uno di loro come primo ministro per farvelo capire? Va beh, almeno a qualcosa è servito, allora.

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