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Posts Tagged ‘emigrazione’

 

Digitare la stazione di destinazione.

 

Brescia. B R E S….. B R E…. BR….. B…..

 

S. Giovanni

 

Destinazione scelta S. Giovanni. Inserire 5,80 euro.

 

Toh

 

Ritirare il biglietto. Arrivederci e grazie.

 

Giacomo non si sveglia mai alla stessa ora e non si reca mai per due giorni consecutivi nello stesso luogo. Bologna, Milano, Brescia, ma anche paesi meno noti. Giacomo è giovane, ma ha già esperienza e i capi si fidano di lui. Lavora in agenzia da cinque anni, era fresco di laurea quando cominciò. Basta una mail, un indirizzo e una spiegazione sbrigativa sul da farsi. Giacomo sa gestirsi, non c’è bisogno di controllare.

E tutti, proprio tutti, in agenzia sono pronti a giurare che Giacomo ama il suo lavoro, anzi, quante volte, davanti alla macchinetta del caffè, gli impiegati si confermano l’un con l’altro che si, Giacomo se la passa proprio bene, guadagna, viaggia e ama il suo lavoro, perché poi, sai bene, si può fare anche i milioni ma se non ti piace il tuo lavoro è una vita di merda.

Si, possiamo dire che a Giacomo il suo lavoro piace. Ma buttarla giù così, come farebbe un impiegato durante un break, è un pochino superficiale. A volte, mentre viaggia sul treno, Giacomo pensa che fino a due anni prima le cose erano differenti. Ogni incarico era più stimolante, ogni viaggio una scoperta, ogni nuova conoscenza un tesoro. Poi tutto cambia e Giacomo si chiede se è l’età o la necessità di stabilizzarsi. Gli altri lo invidiano perché non si alza ogni giorno alla stessa ora e non deve ripetere lo stesso viaggio all’infinito, ma per lui non è così. Non lo dirà mai a nessuno, ma da un po’ di tempo invidia chiunque abbia una vita normale, rimanga imbottigliato nel traffico, sappia dove e cosa farà la settimana successiva. Non è tutto. Ultimamente Giacomo si è trovato a idealizzare una figura in particolare, un uomo che gli capita di vedere spesso, indaffarato nel suo lavoro. C’è un’azienda, a Brescia, dove si reca spesso e per raggiungerla deve attraversare un tratto di campagna con il treno. Qui, in mezzo al verde dei pochi prati e al marrone dei tanti campi arati, vede la sua personalizzazione di normalità. Lo vede mentre il treno si lascia alle spalle la stazione di S. Giovanni ed ha una velocità ancora modesta. Taglia, zappa, raccoglie, muove il trattore, quell’uomo è sempre in movimento. Ogni mattina si sveglia e passa in rassegna le vacche, poi va nel campo. Sempre uguale, ogni giorno, da mattino a sera. Che bucolico idillio. Non può vedere il suo viso, ma poco importa. Quando s’idealizza qualcosa, si finisce per credere che sia veramente così. Insomma, Giacomo si è ormai convinto che sotto quella barba bionda ci sia il sorriso di un giovane lombardo, magari laureato, uno di quelli che ha fatto materie umanistiche e poi non hanno trovato occupazione, oppure un ex manager o semplicemente un impiegato. Uno come lui, cazzo.

E poi arriva un giorno in cui scoppia. Te ne accorgi giorni prima, quando arriva. La sveglia cambia inaspettatamente suoneria e si fa più acuta, lo spazzolino è più pesante, il caffè è sempre freddo, la bottiglia dell’acqua in frigo è vuota. Stanchezza, stanchezza infinita. Provi con i ricostituenti, ma, a parte levare le borse sotto gli occhi, le cose non migliorano. Boom. Eccolo qui, ora, mentre attende il suo biglietto alla biglietteria automatica. Non è stata una scelta facile, basta vedere le facce dei due studenti in coda per capire quanto ha riflettuto.

Giacomo sprizza energia. Si siede, ma non riesce a stare fermo. In lui freme il nuovo, l’adrenalina lo scuote e gli parla, la coscienza è stata usurpata o forse no, forse ora, solamente ora, può esprimersi davvero. E’ così euforico che gli sembra che il treno tremi sotto i suoi movimenti.

S. Giovanni è una stazione minuscola, attorno ad essa un qualche centinaio di case e fattorie. Giacomo percorre una mulattiera costeggiando la ferrovia. Bellissime le pozzanghere, quasi è un peccato doverle evitare, oh, un calabrone, che delicato ronzio. E che dire di quel profumo caldo di fieno che si mescola meravigliosamente a quello acre e pungente del ferro delle traversine?

Eccola. La stalla, la casa, i trattori. Dov’è? Dov’è quell’uomo? Deve parlargli, deve chiedergli come ha avuto tanto coraggio. Può averlo anch’esso? Parlami guru parlami! Eccolo! Giacomo si avvicina.

All’inizio è un’impressione, poi diviene certezza. Niente barba bionda. No. Ora lo distingue benissimo. Quell’uomo è nero. E non sembra nemmeno giovane, a dir il vero non saprebbe quantificarne l’età.

Nessun razzismo, ma la delusione serpeggia nella sua mente. Supponete che nel vostro immaginario il pelide Achille sia biondo e con gli occhi azzurri e un bel giorno vi arriva un artista underground e ve lo rappresenta moro con gli occhi a mandorla, beh, sfido voi a non rimanere interdetti. Giacomo timidamente saluta. L’altro risponde. Giacomo inizia a parlare, fa domande, sebbene non con la grinta che pensava di utilizzare in treno. L’uomo di colore non risponde. Poi lo interrompe e dice “Io no parla bene italiano. Io chiamo Godfred e viene da Senegal.” Giacomo sente la delusione. La combatte, ma sa che presto si approprierà prima del suo corpo togliendogli le forze e poi della sua mente, offuscandone la volontà. Continua a chiedere, ma l’altro non vuole rispondere, è sulla difensiva. Arretra e dice che deve andare. Giacomo capisce, è stato scambiato per un agente o qualche altra cosa. Godfred è clandestino, certamente. Lo chiama. Godfred. Godfred. Non sono qui per disturbarti, scusami, non m’interessa da dove vieni. Ma Godfred deve veramente andare. Si spiega, non vuol essere cafone, ma se il capo lo vede, dirà al caporale di non chiamarlo più e lui non saprà come tirare avanti. E’ una vita dura, dieci anche dodici o tredici ore a volte, ma non può rinunciare a quei 3 euro l’ora. Giacomo si scusa ancora. Lo saluta e se ne va, così, a testa bassa.

E ora eccolo qui, l’uomo del sogno infranto, seduto su una panchina con il corpo proteso in avanti, la ventiquattrore tra le gambe, come la coda di un cane. Se ci avviciniamo, possiamo ascoltarne il dialogo interiore: Che ne pensi Giacomo? Era una piccola follia. Preferirei chiamarla sogno, ma alla fine, di una follia si trattava. Ti dispiace sia finita così? Beh, si mi dispiace. Un po’ ci credevo. Ma era una follia. Non so che mi è capitato.

La campana della stazione di S. Giovanni ha terminato di suonare, il treno è in arrivo. Arriverà a Brescia con un paio d’ore di ritardo. Si scuserà con i clienti, di sicuro avranno già chiamato in agenzia per chiedere ai capi che ne era di lui. Ma quelli non si saranno preoccupati di certo. Giacomo è affidabile. Giacomo risolve tutto. Giacomo non farebbe mai una pazzia.

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Immigrato sardo davanti la torre Pirelli, 1969 (U. Lucas)

Immigrato sardo davanti la torre Pirelli, 1969 (U. Lucas)

Un uomo nato in un recondito paesino della Sardegna, cresciuto a pecorino e (poca) carne d’agnello. Esistenza grama, faticosa, sporca, senza speranza. Ma quella è, quella del nonno, del padre, dello zio, l’unica possibile perchè l’unica che si è mai vista da quelle parti. Poi un giorno, dopo secoli di tradizioni immutabili, proprio durante la tua generazione, tutto cambia. A dir il vero le pecore continuano a fare la lana, le mucche il latte, la terra quei pochi vegetali che hanno sfamato i tuoi avi. Ma qualcosa è cambiato, non nel tuo paese, forse nemmeno in Sardegna, ma nel mondo, si, tutto è cambiato. La tua lana non vale più nulla dicono, i tuoi generi alimentari non hanno più mercato e la vita che hai fatto fino allora, semplicemente, non si può più fare. Non capisci perchè le cose vadano così, nessuno te lo spiega e comunque non capiresti. Puoi scegliere, perchè in democrazia ci sono sempre più opzioni. E allora il bivio è netto: morire di fame o andarsene. E così ti sei ritrovato qui, con case più grandi di alberi, auto ovunque e solitudine, tanta solitudine. Ed ora che sei li, in quell’antinferno di calcestruzzo e motori, senza nemmeno un animale lanoso che possa in qualche modo rendere meno duro il distacco. Perchè è successo? Eravamo poveri al paese, ma stavamo bene così, s’è sempre lavorato, figliato, votato, combattuto, se si doveva. E non si capiva perchè si doveva fare la guerra, ma tutti sapevamo che c’era un nemico e allora il territorio va sempre difeso. Ma ora il nemico non c’è. Solamente qualcuno ha deciso che le nostre attività non avevano più senso di esistere. Si dice che c’è chi le cose le fa meglio di noi. Ma chi fa la lana meglio delle nostre pecore, chi lavora meglio la lana delle nostre donne? Bisognava andarsene. Ma ora? Che ne sarebbe stato dei terreni al paese? E soprattutto, che fare in quella città senza pascoli? Ci fosse stata almeno una pecora.

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