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Archive for the ‘Accadde oggi’ Category

Linea Maginot

Il sole del mattino colpisce la tapparella leggermente dischiusa, vi sbattono i suoi raggi come il formaggio sulla grattugia e ciò che filtra nella stanza buia sono piccoli segmenti di luce. Apro l’occhio destro e penso ad un codice binario. Quindi lo chiudo, apro il sinistro e penso che quella luce altro non è che un raggio di sole. Tra poco la sveglia trillerà e tutto, inesorabilmente, ripartirà. Limbo. Ecco, mentre richiudo gli occhi penso al limbo. Questo dev’essere un limbo: un dormiveglia, quell’attimo fuori dal tempo in cui si fa il resoconto della notte, si soppesano sogni, si filtrano ricordi. La verità da una parte, la fantasia dall’altra. Un sogno fastidioso. Lo ricordo a somme linee, no, nessuna linea. I sogni non hanno le linee decise delle opere di Botticelli, hanno i colori cupi delle Madonne del Masaccio, le parti scrostate e irriconoscibili di un affresco. C’è stato qualcosa di negativo comunque, un’ansia mi si è incastonata nell’animo, mi tormenta, impedisce alla mente di concedersi gli ultimi cinque minuti. Apro l’occhio destro e poi il sinistro. La luce filtrata dalla tapparella incontra un’ostacolo, l’opposizione da forma a un qualcosa di ondulato. Pare quasi che una coppia di dune, una più grande e una più piccola, mi separi dalla finestra. Le dune vibrano leggermente, forse soffia il vento del deserto. Mi pare di udirlo, il ghibli secco che muove le dune. Sono pressoché desto, ho ormai scinto il mondo reale da quello onirico. Solo mi manca di capire qualcosa, si, quel qualcosa che si frappone tra me e la finestra, tra me e la luce, tra me e il mondo. Sarò anche desto ma senza dubbio non sono ancora lucido. Però so di non sognare, so anche che quell’ansia era dovuta a quel brutto sogno che si ora ricordo, è proprio quello di ieri, si, quel maledetto pensiero. Ah, si fotta. Era soltanto un sogno, no? Ma ora siamo nel mondo reale e un qualcosa che ho definito duna sta nel letto tra me e la finestra. Soffia il ghibli, freme la duna su e giù in un movimento delicato, quasi impercettibile. Mi avvicino con il corpo, il naso si imbatte in una selva di filamenti odorosi, la mano urta contro quella che sarebbe la duna e invece si rivela una spalla. Scendo delicatamente per quella curva che conosco a memoria e risalgo verso la seconda duna, che in realtà è un fianco. Allora infilo il naso nella selva e aspiro quell’odore inconfondibile, me ne nutro come fosse ambrosia, o come fosse, da umano quale sono, l’aroma del caffè che si espande dalla moka. Riporto il braccio in alto e cingo quel corpo senza paura, perché dune non sono, sabbia non è, ma piuttosto un confine, una linea Maginot tra me e il nemico. La linea Maginot. Ti stringo e penso a quella linea difensiva che i francesi costruirono per difendersi dall’orco tedesco. Però non è bello, questo. Non è bello perché la linea Maginot non impedì la guerra e l’invasione. E allora, e mentre lo penso conformo la posizione del mio corpo alla tua, non parliamo di confini, nemici, di esclusione, sono cose brutte e tu non devi averci nulla a che fare. Una piccola opera d’arte, un’opera contemporanea, calda viva, di quelle che tutti vorrebbero vedere e si aspettano come il messia, ma nessuno è in grado di creare. Io ce l’ho. E’ tutta in divenire, da cinque anni a questa parte e per un’infinità di tempo ancora. Ho l’impressione che se ti stringo ti porterò nel mio prossimo sogno. E allora lì sarai veramente una linea Maginot, un confine meraviglioso che non esclude a prescindere, ma separa per me le cose brutte da quelle belle, che sa discernere i pensieri buoni e filtrare i cattivi. Che poi, è quello che hai sempre fatto. Nel mondo reale. Ecco a cosa serve un’opera d’arte.

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Un ragazzo bulgaro mi disse che al suo paese la gente è triste, svogliata, si incrocia per la strada e non si saluta nemmeno. Chiesi allora il motivo di una depressione talmente generalizzata. Rispose che in Bulgaria c’è crisi. Poco lavoro, pochi soldi. No work, no money. E nessun sorriso. Penso che da noi le cose non vadano meglio, la crisi ha paralizzato i muscoli facciali, ha creato barriere da individuo a individuo. Nessuno ha più voglia di sognare. Durante le altre due grandi crisi del dopoguerra la gente reagì diversamente. Negli anni quaranta, con un paese distrutto e una povertà generalizzata, gli italiani si affidarono ai sogni, chi a Tex Willer, chi alle riviste patinate, chi alla cellulosa, chi arrivò a credere che la guerra civile, nel 1948, fu sventata da una fuga di Bartali al Tour de France. Negli anni settanta si scese in piazza, la grande illusione era finita, il desiderio di cambiare no. Fu una stagione tragica, ma movimentata. Oggi no. Oggi stiamo fermi, il più delle volte soli, intenti a cercare storie tristi, più tristi della nostra, possibilmente. Affidiamo la nostra disperazione a Facebook, cerchiamo risposte in agenzie che non ce le forniranno, magnifichiamo l’erba del vicino tedesco che è tanto più verde. E non ci stupiamo più. Abbiamo perso l’amore per il bello, la crisi ci ha resi cechi davanti al mondo. Potremmo impiegare il troppo tempo libero per visitare luoghi della nostra città che non abbiamo mai considerato, per guardare quel film che non abbiamo mai avuto tempo di vedere, per leggere quel libro che ci hanno consigliato, per fare un’ora di volontariato. Ma la testa è altrove. Proponete e  vi diranno che in questo momento ci sono problemi più grandi. Non arrivo a fine mese, sai cosa mi importa degli affreschi del Correggio? E ce ne stiamo a casa, arrabbiati con la casta, impotenti davanti a un computer che sa solamente sputare sentenze. Ricordo una novella di Pirandello, “Ciàula scopre la luna”. Il protagonista è Ciàula, poco più che bambino e sempre vissuto nella miniera di zolfo, dove lavora in condizioni terribili, sfruttato e maltrattato. Una notte, in seguito ad una esplosione nella miniera, Ciàula esce all’aria aperta. Guardando in alto vede la luna. Ciàula sapeva della sua esistenza, ma non si era mai soffermato a guardarla. Vedendola così bella e splendente, si mise a piangere. Era l’unica occasione di bellezza che la vita gli avrebbe offerto e lui la sfruttò. C’è un Ciàulia in tutti noi e c’è ben più di una luna nei luoghi dove abitiamo. Smettiamo di chiedere la luna, cerchiamola. Così almeno una crisi, la nostra, la sconfiggeremo.

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giona

Mi hai gettato nell’abisso, nel cuore del mare
e le correnti mi hanno circondato;
tutti i tuoi flutti e le tue onde
sono passati sopra di me.
Io dicevo: Sono scacciato
lontano dai tuoi occhi;
eppure tornerò a guardare il tuo santo tempio.
Le acque mi hanno sommerso fino alla gola,
l’abisso mi ha avvolto,
l’alga si è avvinta al mio capo.
Sono sceso alle radici dei monti,
la terra ha chiuso le sue spranghe
dietro a me per sempre.
Ma tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita,
Signore mio Dio.
Quando in me sentivo venir meno la vita,
ho ricordato il Signore.
La mia preghiera è giunta fino a te,
fino alla tua santa dimora.
Quelli che onorano vane nullità
abbandonano il loro amore.
Ma io con voce di lode offrirò a te un sacrificio
e adempirò il voto che ho fatto;
la salvezza viene dal Signore».
E il Signore comandò al pesce ed esso rigettò Giona sull’asciutto.

E’ un passo della Bibbia, Libro di Giona. Giona rifiuta di andare a predicare a Ninive, come richiesto da Dio, preferendo recarsi a Tarsis. La collera di Dio lo scaglia in mare. Qui Giona si sente ormai perduto, ma un grande pesce, forse una balena, lo inghiotte e lo mantiene nel suo ventre per tre giorni e tre notti, poi lo rigetta sulla terra ferma.

Nel mare mediterraneo le balene sono in via d’estinzione. Nessun cetaceo accorrerà più in difesa dell’uomo, perché l’uomo ha dimenticato cosa sia il mare. Se pensiamo al mare la maggior parte di noi visualizzerà una spiaggia, alcuni una barca, altri ancora si avvicineranno maggiormente alla realtà immaginando le onde. E pensare che basterebbe, a volte, ripescare l’etimo di un termine per riappropriarsi del significato primario di esso. Per quanto riguarda la parola “mare” esistono due differenti teorie: potrebbe derivare dalla radice Mar-, che significa morire e perciò cosa sterile, distesa deserta e improduttiva, oppure dalla radice Màr-, scintillare, splendere, da cui deriva pure la parola marmo. Quale delle due radici abbia veramente dato i natali al termine “Mare”, non ha importanza. O meglio, sarebbe giusto considerarle entrambe corrette.

Il mare mediterraneo risplende da millenni. Il suo bagliore ha attirato imbarcazioni egizie, fenicie, greche, puniche, romane, arabe e tante altre ancora. Tra quelle onde è passata la storia, una storia di migrazioni, di popolazioni spinte da guerre e cambiamenti climatici a cercare non un futuro migliore, ma un futuro. Non è una storia di illusi, il canto delle sirene di Ulisse è favola per chi ha interesse a crederla. E’ una storia, invece, di disperazione, di strade a senso unico.

Che fine ha fatto la balena di Giona? Se ne andò quando iniziammo a fingere di non capire e non ricordare, quando ci limitammo a parlare di quanto accadeva nel mare, evitando scrupolosamente di cercare le cause sulla terra. Da quel mare che i romani chiamavano “nostro” è arrivata la vita e la morte, le invasioni saracene, ma anche la cultura cristiana e greca, i saccheggi vichinghi, ma anche quei commerci che resero le nostre città costiere quello splendore che oggi ammiriamo.

Non è facile capire il mare, semplice è invece voltargli le spalle, considerarlo un problema, un passaggio da chiudere. Il mare però non dimentica, recapita sempre il conto e questo è assai più salato delle sue acque.

Torna tra di noi, balena, abbiamo bisogno di te.

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La si potrebbe intitolare “cartolina da Napoli”, ma sarebbe riduttivo. Si rischierebbe, anzi, che la benpensante faciloneria di cui siamo oramai assuefatti ci spinga a classificare la foto alle categorie “Disagio sud” o “Questione meridionale”. In pratica, se abiti al nord la cosa non ti riguarda, se abiti al sud, sbuffi e dici “e che ci vuoi fare? Si sa, qui è così.”

No, questa foto non rappresenta Napoli, rappresenta l’Italia intera. Una terrazza panoramica in zona Posillipo, un belvedere dal quale chissà quanti di noi hanno ammirato il golfo di Napoli. Un punto di osservazione che poggia sulla miseria e la disperazione. La povertà sembra mostrare vergogna, ma anche pudore, non chiede atto di denuncia, preferisce negarsi all’occhio del turista. Non è sua intenzione rovinare le meritate vacanza del piano superiore.

E’ un’immagine che si presta a diverse letture. Essa infatti può rappresentare il passato, la miopia di un paese che non si accorse di quanto e come il mondo stesse cambiando, di come l’orticello fosse sempre più stretto e meno produttivo. Rappresenta anche il presente, un paese che dalla miopia è passato alla cecità e vorrebbe cancellare i propri errori, perché non ha il coraggio di affrontarli.

Oppure, potrebbe rappresentare il futuro, una società gerarchica dove la classe media è distrutta da un neoliberismo che non funziona, anzi, funziona per pochi con il beneplacito di molti e le persone si dividono tra chi sta sopra e non vede e chi sta sotto e non è visto.

Ed infine si può leggere questa cartolina per quello che è veramente: un aborto di hotel, uno dei tanti abusi edilizi sulle nostre coste, fermato dalla magistratura quando, purtroppo, il cemento aveva già fatto presa su un’amministrazione sorniona. Ciò che rimase fu una struttura alveolare, con le stanze già delimitate ma private di un muro perimetrale. Così i turisti si dovettero accontentare di ammirare il golfo da un tetto, invece che dalla finestra di una stanza d’albergo. Chi invece sembrò apprezzare lo scempio edilizio furono i poveracci: tutto sommato quei loculi fornivano una copertura ben migliore che un ponte.

A quanto pare è molto difficile trovare una stanza all’Hotel Disperazione. La povertà non conosce recessione.

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smile-e1341567496632Difficilmente può essere sfuggita la notizia del possibile attacco alla Siria da parte di alcuni paesi occidentali. Le cancellerie europee e nordamericane si scervellano su come e quando sferrare l’attacco al paese asiatico. Ora, non è mia intenzione aggiungere byte alla moltitudine di pensieri più o meno autorevoli che circolano sul web, o, per toccare il fondo del bicchiere, sul bancone del bar. Proprio oggi ho ascoltato un avventore di un innominato bar dire: “Siria, Siria, ma perché la menano così, tanto si sa che lo vogliono fare, no? e allora che attacchino senza rompere troppo.” E’ proprio qui il nocciolo della questione. Ciò che il cliente medievalizzato e molti altri anche più illuminati non concepiscono è il concetto di “pubblica opinione”. Se non si ha ben chiaro il significato e l’evoluzione di questo principio non si può capire perché le intelligence mondiali sudino tante camicie per trovare un pretesto (armi di distruzione di massa in Iraq, armi chimiche in Siria) da sbattere sulle prime pagine per salpare con la benedizione della nazione. Insomma, su tale concetto vorrei stendere la mia ragnatela di tasti.

Il nostro amico del bar, poco propenso alle elucubrazioni diplomatiche, sicuramente non avrebbe avuto problemi nell’ancien régime, il periodo storico precedente alla rivoluzione francese, epoca in cui i regnanti non dovevano spiegare a Tizio e Caio perché fare guerra a Sempronio. Se la città di Sempronio faceva gola, si cercava di prenderla, nessuno avrebbe contestato perché spinto da idee pacifiste o semplicemente di segno contrario. Senonché pure nei secoli bui i regnanti di ogni parte del mondo avevano bisogno di legittimare la loro privilegiata posizione, dapprima con la forza e il coraggio, poi con il “diritto divino”, quel discutibile principio per cui il potere di un monarca deriva dalla volontà di Dio. Non fu l’idea estemporanea di un re furbacchione, anzi, per convincere i più recalcitranti della bontà della teoria si scomodarono San Paolo e la “Città degli uomini” di Sant’Agostino. Non diversamente, in Giappone legittimazione dell’imperatore si basava sulla sua discendenza da Amaterasu, dea del sole.

Nell’europa riformata del XVII secolo iniziarono a circolare teorie del tutto opposte. La nuova “filosofia”, il modo di pensare basato sull’osservazione diretta dei fatti, fu applicato anche alla religione. Va da sé, il diritto divino, che in quanto ad astrazione non è secondo a nessuno, iniziò a mostrare la corda. Che fare? I monarchi più intelligenti, non a caso “illuminati”, volsero le nuove teorie a loro favore: non più ragion di stato e lo stato sono io, bensì pubblica felicità, il potere deve essere esercitato nell’interesse comune dei sudditi. Ripeto: interesse comune dei sudditi, non interesse privato dello stato. Qual’era poi l’interesse dei sudditi, ovviamente, lo decideva il re. Tuttavia le maglie si allargarono, nacquero nuovi spazi di aggregazione e comunicazione come salotti e accademie, si stamparono giornali. Certamente al povero cafone che doveva mescolare la polenta bigia come il Tonio dei Promessi Sposi, di tutto questo scrivere e parlare non importava un fico secco, manco sapeva leggere. E’ però in questi anni a ridosso della rivoluzione che nasce il concetto di “pubblica opinione”, ovvero il giudizio del popolo, il modo di pensare collettivo della maggioranza dei cittadini. Nei secoli successivi in nome di essa ci sarà chi si immolerà, mentre altri preferiranno ritornare al buon vecchio capo che decide per tutti senza troppi discorsi, altri ancora porteranno l’idea di partecipazione collettive all’estremo, finendo per cancellare proprio l’opinione pubblica. Ai giorni nostri la pubblica opinione è, nei paesi democratici, garantita dalla costituzione (art. 21 costituzione italiana). Per fartela breve, caro opinionista dell’espresso Lavazza, se Obama non può fare quel cavolo che gli pare è perché non è stato piazzato alla Casa Bianca da Zeus o da suo nonno Amurabi, ma (si spera) da quella pubblica opinione che lo ha scelto esercitando il diritto di voto.

Non hai capito? E dire che a votare ci vai… Maledetta democrazia…

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Umanesimo. Tutti voi sapete di che si parla. La maggior parte lo assocerà al Petrarca, alla Firenze del quattrocento e a quel periodo di straordinari capolavori artistici che fu il rinascimento italiano. In verità, di umanesimi ve ne fu più d’uno. La cultura ellenica fu la prima a sistemare l’uomo e le sue necessità al centro del pensiero filosofico. La stessa religione cristiana, pur anteponendo Dio all’uomo, comportò una nuova e fino allora sconosciuta attenzione verso la dignità dell’essere umano. Dopo l’umanesimo rinascimentale, altre correnti di pensiero, come l’illuminismo, svilupparono una concezione umanitaria. La fine dell’ancien regime e la nascita della democrazia nel XVIII secolo, la rivendicazione di un mondo più equo e solidale in quello successivo sono figli dell’umanesimo. Anche il secolo passato, così martoriato da filosofie che sostituivano la centralità dell’uomo con l’idea, la razza o la nazione, sviluppò i suoi umanesimi: se ne distinsero uno cristiano (Maritain tra gli altri), che influenzò Paolo VI e portò alla trasformazione della Chiesa in senso moderno ed altri, più complessi e ramificati, derivanti dal marxismo.

Quando l’umanità ha toccato il fondo, l’uomo ha riscoperto la sua dignità, la bellezza, la necessità di solidarietà e fratellanza. Viviamo in un’epoca che esige il suo umanesimo. Oggi questo non lo si può vedere nella ricchezza ostentata e rincorsa, negli interessi particolari anteposti a quelli generali, nell’individualismo sfrenato e nella mancanza di una progettazione di un futuro felice. E’ una fase di cambiamento e la storia insegna che richiede dolore e sacrificio. Ma il mondo non è più quello della crisi agraria di fine ottocento, si potrebbe fare molto di più e di diverso. Basterebbe volerlo.

A volte mi stupisce quanto basti una parola”umana”, pronunciata da un Papa o da un presidente nero non importa, per riaccendere la speranza nelle persone. Tutto quello che chiedono è di essere messi al centro dell’azione, di spodestare il mero calcolo economico che da troppo tempo non segue più il fine del benessere collettivo.

Quando vi chiederanno a cosa serve la cultura, ditegli che è sempre servita a risollevare l’anima del mondo dalla latrina in cui era sprofondata e ancora a questo, un giorno, servirà. Ci vorrebbe un nuovo umanesimo, ecco tutto.

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Scrutinio, dal latino scrutinium, azione di esaminare dal verbo scrutari, ossia ricercare rovistando, frugare. Frugare è il verbo che più mi soddisfa: lo scrutatore altro non fa che frugare tra le identità altrui, ha il diritto di vedere dove abitate, quanti anni avete, di che colore avete occhi e capelli secondo l’anagrafe (non sempre corrisponde a realtà), dove siete nati, se avete votato ultimamente. Ma non finisce qui, cari elettori. Lo scrutatore ha lunghi momenti di inattività e allora, terminate le chiacchiere di circostanza con gli sconosciuti colleghi, non ha altro passatempo che leggere le liste elettorali e scovare parentele tra omonimi. Non vi stupite, Signor Mora, se qualche indiscreto e perfido scrutatore vi  dirà con occhio disincantato “Che amabile nonnino, suo padre. E’ venuto stamattina, accompagnato dalla badante. Gran bella donna. E che persona di fiducia deve essere. Pensi che suo padre, al momento di entrare nell’urna, le ha consegnato tutto, documenti e borsellino.” E no, non si sfugge all’occhio dello scrutatore, la vostra unica speranza di privacy è legata alla coda al seggio, ma di questi tempi dovrete attendere a lungo per trovare un attimo di intasamento. E in ogni caso, pure se rimarrete immobili all’esterno del seggio, lo scrutatore attiverà la terribile violenza psicologica dello sguardo fisso. Non potrete dire cazzo hai da guardare, perché lui è lo scrutatore e ha il diritto di osservare cosa succede. Mettiamo pure che voi siate di ghiaccio, lo sguardo scrutante non vi turba affatto, ma lui potrà sempre dirvi “Prego!” e allora voi sarete fottuti. Non direte “si, si, attendo un pò di fila e arrivo”, ma entrerete mogi e consegnerete i vostri connotati al designato dal comune.

Scrutinium in latino medievale significava pure perquisizione. Tranquilli, nessuno vi infilerà le mani nel Montgomery. Piuttosto, lette le sanzioni per chi entra al seggio con telefono o macchina fotografica, sarete voi a vedere nel messo comunale un temuto questurino e consegnare nelle sue mani smartphone e affini. Probabilmente questi vi dirà di proseguire senza farvi  troppi problemi, ma il curiosone potrà assecondare la vostra offerta di legalità e separarvi dal prezioso gingillo. Narra la leggenda che un elettore, espletato il dovere civico, estraendo il telefono per avvisare la madre di buttare giù la pasta, si sia ritrovato sullo schermo dello smartphone l’involontario autoscatto di una non giovanissima scrutatrice, probabilmente poco avvezza alla nuova tecnologia, ma molto propensa all’analisi delle relazioni altrui.

Ma anche su di voi, cari elettori ce ne sarebbero tante da dire. L’oscar va al votante in cerca di protagonismo, quello che si reca al seggio alle 15 meno 2. Vi capisco. Un voto su quaranta milione significa poco, ma vuoi mettere essere l’ultimo dei quaranta milioni. C’è chi poi non sa chiudere la scheda e chiede aiuto allo scrutatore, retaggio di tempi andati quando in quinta elementare rimaneva un solo alunno a non sapersi allacciare le scarpe da solo. Un cenno lo merita chi chiede consigli o si presenta senza nemmeno sapere come si vota. Il problema non è come e chi votare, ma il perché lei può votare.

Torniamo all’impari lotta scrutatore-elettore e chiudiamo col punto della bandiera. C’è chi non si arrende allo strapotere avversario e utilizza il segreto dell’urna per vendicarsi dell’impiccione scrutatore. “Scemo chi legge”. Un voto sacrificato all’altare della privacy.

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