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Posts Tagged ‘scuola’

La neve

La ragazza con la treccia bionda, la figlia del calzolaio, si voltò e sorrise. Finalmente. E dire che aveva ormai riposto ogni speranza. Tutto sommato cambiava poco, aveva pensato, non si poteva e non si voleva dire innamorato di lei e comunque a scuola fiorivano ragazze in ogni dove. Già aveva puntato una moretta bassa ma tanto carina. L’altro giorno nell’ora di ricreazione si erano pure guardati e chissà… ma ora non serviva più, con un colpo di coda la prediletta, la fiamma più fulgida, l’incontrastabile biondina dalle trecce scolpite nel grano, proprio lei, gli porgeva i suoi favori. Un rumore iniziò a insinuarsi nell’ambiente. Non capiva cosa potesse essere, forse un aratro all’esterno, ma no, era molto più esterno. Il fastidioso sottofondo allontanava l’angelico sorriso, le labbra inarcate si facevano sempre più piccole, l’immagine sfumava. Rang rang rang. Metallo, metallo contro pietra. Un badile? Ora anche una voce, stridula voce di madre. Cosa ci faceva la madre a scuola? No, ora iniziava a capire. Merda, no, no, no. Si aggrappò con tutta la sua energia mentale, ma non c’era nulla da fare, lo sapeva. Un attimo, avrebbe dato chissà cosa per un attimo ancora. Non si poteva fare nulla. L’immagine sbiadì del tutto. Lontana, lontana. Fine. Che strani, i sogni. Quando capisci che sono solamente sogni, se ne vanno, anche se tu sei disposto ad accettarli per quello che sono, sogni.

Aprì gli occhi controvoglia. Guardò la stanza. Mentre si stropicciava gli occhi pensò che non ci si poteva fare niente, la biondina era e rimaneva un sogno, niente più. Guardò l’orologio. Erano le otto. Otto! Tardissimo! Come era possibile che nessuno lo aveva svegliato per andare a scuola? Eppure distingueva benissimo la voce della madre. Quella donna era puntuale come Pasqua e Natale, non era possibile si fosse dimenticata. Ci doveva essere un altro motivo. Stirò il corpo e si fece coraggio. Abbandonate le coperte, il freddo rapace lo circondò e si impossessò in breve delle sue membra. Freddo infame. La biondina sarebbe rimasta là, sotto le coperte calde, lontano dalla realtà, lontano da lui. Sotto la sua finestra poteva sentire il rumore metallico che per primo si insinuò nel suo sogno rovinandolo poco a poco. Spalancò gli stipiti e davanti ai suoi occhi il mondo si presentò in tutto il suo candore. Neve ovunque, tutto era bianco. Il fratello, da sotto, posò il badile e imprecò contro lo scioperato consanguineo. Che non si vergognava a starsene a poltrire, bastardo, mentre lui doveva sfondarsi la schiena peggio che un cosacco? Maledetto maggiorascato, beata inezia infantile dei secondi arrivati.

Allora tutto era chiaro. La madre non si era dimenticata, il pulmino non sarebbe passato. Niente scuola. La felicità fu scalfita dalla consapevolezza che i suoi occhi non si sarebbero posati sulle amate trecce. Ma in fondo che importava? Non l’aveva mai considerato e probabilmente non l’avrebbe mai fatto. Sentiva il freddo accarezzargli la schiena e stringergli in una morsa le articolazioni. C’era una sola cosa da fare. Richiuse gli stipiti e non fece caso al turpiloquio del fratello, il quale non si negò per lo meno lo sfizio di silurare la persiana con una palla di neve. Si tuffò tra le lenzuola e scomparì tra le coperte. Un abbraccio caldo lo avvolse. Una treccia bionda sembrò materializzarsi nel buio.

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Lasciate perdere dissertazioni critiche sul quadro di De Chirico, l’ho scelto solamente perchè l’ho visto ieri dal vivo (Milano, Museo del ‘900). Aguzzate la vista, zoommate se necessario e puntate lo sguardo in basso a sinistra, di fianco alla coscia rossa, dove sorge una collina con un paesello alla sommità di essa. Bene. Ora immaginate di essere un insegnante…. No, immaginate che io sia un insegnante. Voi magari un lavoro ce l’avete, io no. Nella fantasia, a maggior ragione nella mia fantasia, io lavoro e voi cercate, anzi no, tutti lavorano e nessuno cerca. Che utopista che sono, non ho davvero la stoffa del recruiter di personale (distopici di m.). Divagamento, sorry. Insomma, immagino di essere un insegnante, uno di quei prof da film americani che pensano prima allo studente e dopo al ventisette (del mese).  Entro e saluto la mia classe, sedicenni dediti ai cinguettii digitali mentre mtv sforna bambini da bambine tredicenni. Mi siedo e sento dentro me l’ormone del potere distribuirsi nell’apparato nervoso. Mi scappa un peto e alzo leggermente una natica per far defluire l’aria. Il programma ministeriale prevede la sensibilizzazione dello studente verso l’arte. E allora tema, ragazzi. Io amavo i temi voi ve li farete amanti. Tutti sbuffano, compresa la biondina in prima fila a sinistra che cresce davvero bene. E dovreste vedere la mamma. Dunque, tema sull’arte, dice il ministro. Ieri sera al bar ho bevuto un paio di birre solo soletto, due birre giusto per poi andare a casa, guardarmi allo specchio e dirmi: “Sei proprio un bohemmiene”. Ve lo dico per spiegarvi l’origine delle flatulenze che si ostinano a tormentare il mio soggiorno in cattedra. Parlavamo del tema. Un bravo insegnante dei miei tempi se la sarebbe cavata sbrigativamente con un “Descrivi un quadro che ti piace.” Svolgimento: “Mi piace la Gioconda perchè non si capisce se si palesa come omo, donna o spirito.” Titolo di merda, tema di merda, non fa una piega. Sei politico. Un ex autonomo settantasette avrebbe scaricato sugli studenti la propria frustrazione per non essere riuscito a cambiare direzione ad un paese del cazzo: “L’urlo di Munch. Prendendo spunto dal celebre quadro, descrivi l’aberrante alienazione del mondo in cui viviamo.” Svolgimento: “C’era una volta un ragazzo che faceva a sprangate con i fascisti e voleva cambiare il mondo, ma poi arrivò Craxi e l’idiozia al potere e così dovette  scegliere tra farsi in vena o stracciare le palle alla social media generation. Aveva paura degli aghi.” Povero autonomo, un pò parteggio per lui. Un raccomandato dei giorni nostri: ” “. Non pervenuto. Già è stato costretto a lavorare dai genitori, non pretendiate che si presenti pure. Ma io, figlio della crisi economica e pregno di sani valori, ambasciatore di cultura, fiero propugnatore di inesplorate teorie pedagogiche, nonchè dipendente pubblico con conclamati postumi di sbornia, penso ad un titolo alternativo, un tema che rompa le reti wireless che incatenano i ragazzotti, stimoli le loro fottute teste increstate: “Osserva il paese sulla sommità della collina in basso a sinistra. Descrivi  gli abitanti del borgo.” Così geniale che mi do del genio da solo. Un giovane talento della cattedra in odor di promozione, la risposta della meritocrazia allo squallore dei raccomandati. Un’intuizione fantasmagorica di quelle che si possono avere solamente alla fine della terza birra, quando si inizia a svagarsi osservando il telefono sul tavolo attraverso lo stroboscopico culo del bicchiere. Mi guardano tutti inebetiti. Non hanno capito la rivoluzionaria portata del messaggio. E poi parlano di allarme alcool tra i giovani. Mah. Segaioli.

 

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Il piccione sul davanzale era, ancor prima che infreddolito, un tantino incredulo. Giocherellava con una foglia, gonfiava il collo, tubava, ma nessuno in quella classe, seppur composta da giovani reclute, lo degnava di uno sguardo. Eppure, pensò, sempre di qualcosa di insolito si trattava. Niente. Colpito da una repentina forma depressiva causata da forte disistima, decise che qualcuno doveva pagare questo affronto, spiccò il volo sulla via adiacente e ridusse gli ignari passanti a novelli abitanti di Hiroshima.

Intanto nella fatidica classe la biondina nella seconda fila a sinistra biascicava un brano dei Promessi Sposi riducendolo ad una nenia mortale, tra accenti insipidi e schiocchi di chewingum, tanto che un ignaro avventore avrebbe scambiato il discorso di Fra Cristoforo nel lamento di un ubriacone dislessico. Lo smilzo occhialuto in prima fila come sempre aveva aperto l’antologia dove pareva a lui e avidamente leggeva un testo che trovava si interessante, ma di cui non conosceva né l’autore né i personaggi. Senza nemmeno alzare gli occhi dal libro chiese alla Prof chi era Tolstoj. Non ottenendo risposta, ripropose la domanda e solo allora l’insegnante sembrò ricordarsi del suo mandato educativo. Poco male, colta nel vivo della propria ignoranza, si scagliò contro il ragazzino con voce stridula e ne seppellì per lungo tempo le velleità conoscitive. Del resto aveva ben altro a cui pensare, che se lo cercassero su Wikipedia chi era Tolstoni, lei avrebbe voluto fare la bibliotecaria e non l’insegnante, non era colpa sua se il padre era amico del provveditore agli studi e non del direttore delle biblioteche comunali. Nel frattempo, nella terza fila centrale, le due trendy girl della classe raccontavano di incontri ravvicinati con membri maschili, improbabili trasformazioni da scolare a geishe e perfino lascive esperienze di menage a trois. Dietro a loro il gran ruffiano ascoltò tutto e lo riferì senza esitare al compagno di banco, il quale tuttavia lo diffidò dal credere a  quelle due befane che, a parer suo, l’unico piffero che avevano realmente visto era il flauto che suonavano alle medie. Chi invece l’attrezzo lo usava davvero era il piccoletto dell’ultima fila. Non molto tempo addietro, incuriosito dai discorsi sconci dei compagni di classe, si era deciso ad imparare qualcosa sull’argomento. Un giorno che si trovava da solo in casa scrisse una di quelle oscure parole su Google e da quel momento la sua vita cambiò: inizio a studiare meno e ad avere le borse perennemente sotto gli occhi. Così mentre ognuno pensava agli affari propri, lui pensò al proprio affare e iniziò a stuzzicarlo delicatamente, senza gesti bruschi che avrebbero potuto renderlo lo zimbello della classe.

Il primo ad accorgersi che qualcosa non andava fu il ragazzo tarchiato e brufoloso della fila a destra, la cui gloriosa cerbottana fallì un facile colpo a causa di un movimento del banco. Era iroso, non poteva sbagliare un tiro, solo quello sapeva fare: disturbare gli altri in ogni modo e fare il verso a chi parlava, era il suo modo di farsi notare, di sentirsi vivo. Ognuno gioca le carte che ha a disposizione, se son state mescolate male, beh, amen. In seguito tutto si fece più confuso, prima un tonfo sordo fu avvertito da tutti, poi sembrò che qualcuno martellasse il pavimento ed infine tutto tremò e fu chiaro che quello era un terremoto.

Mezz’ora dopo il terremoto era solo un ricordo. Un pò di paura, certo, ma anche tanta gratitudine per aver consentito a tutti di fare ritorno a casa. Mentre tornava a casa, il piccoletto dell’ultima fila pensò che c’era sempre qualcosa da imparare. Lui, ad esempio, quel giorno aveva imparato cos’era un coito interrotto. Grazie al terremoto.

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