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Posts Tagged ‘amore’

“B&B Dissolvenza” è una locanda immaginaria creata da me e il mio amico fotografo Franco Beccari (altri meravigliosi scatti di Franco li potete trovare nel suo profilo flickr) dove una narrazione accompagnata da una fotografia progressivamente scomparirà, lasciando all’ospite il compito di immaginare l’antefatto e il prosieguo. Questa la prima puntata.

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Il posto era quello. Il molo di mezzo, aveva più volte ripetuto a sé stesso. E sempre aveva aggiunto: l’unico con la lanterna in funzione. Non era cambiato nulla da allora. Né il molo, né il delicato sciabordio delle onde su esso. E la lanterna, il piccolo faro, come lo avevano chiamato loro, raggiante come in quel giorno lontano in cui tutto era iniziato. E la bicicletta, la stessa di allora, e il ciclista, ovvero lui, e la canna da pesca che poi altro non fu cheesca e nemmeno di preciso sapeva come si usasse, lui, una canna da pesca. Aveva ritrovato la canottiera indossata allora, rispolverato i calzoncini, gli stessi identici calzoncini beige e calzato le scarpe, ormai lise, di quella serata. No, non tutto era identico a quella sera. Mancava qualcosa, qualcuno. In quel mare scuro di cui si indovinavano onde placide e si percepiva soltanto l’odore salmastro che percorrendo la pelle arrivava alle narici doveva essere finito l’incanto di quello che fu. Questo faro minuto, gli aveva detto allora, e i suoi raggi hanno portato l’incanto a veleggiare fino a noi. Noi, sublime parola. Ecco, l’incanto del noi. Laggiù, doveva essere intrappolato, incagliato tra gli scogli. Si, l’incanto del giorno in cui tutto ebbe inizio doveva essere tornato alle origini e lì lui lo avrebbe stanato con la canna da pesca, che come allora era soprattutto esca. E quando il filo strattonò e lui stesso fletté assieme alla canna e tutto, perfino il faro e perfino i copertoni della bicicletta, gridava all’incanto! all’incanto! gli parve di averlo afferrato. Tutto tornerà, si disse. Ma dal mare scuro e sonnacchioso poté trarre solamente un orrido serpe che si dimenava in diabolici vortici lasciando una scia di acqua e disperazione sul molo. Che cosa immonda è il passato, pensò. Tutto era come allora. Ma l’incanto si era tramutato in serpe. E l’inesorabile salmastro aveva sgretolato tutto.

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rosso

Il fischietto sibila e le porte, azionate da un qualche algoritmo di vecchia data, si serrano con un rumore deciso che ha in sé qualcosa di definitivo. Clang! Non si torna più indietro! Come il Mar Rosso, come il muro di Berlino, come la cortina di ferro. Poi tre toni in scala dal più alto al più basso e infine qualcosa, lì sotto, si muove. Il corpo asseconda il movimento ondeggiando dalle caviglie alla nuca. A pochi chilometri di distanza Giulio Cesare proferì la celebre “Alea iacta est”. Sono passati duemila anni e il dardo è di nuovo tratto, la freccia inizia la sua rutilante accelerazione verso l’altrove, il lontano, il domani, la realtà. Già, la realtà. Che non è quella di oggi e non è nemmeno quella di ieri, che non è queste ore passate insieme, ma è le ore che passeremo domani, dopodomani e il giorno dopo dopodomani. Ma forse no, forse la realtà è anche questa, forse il tutto comprende anche quelle ore avvinghiati, i tuoi capelli, le parole sussurrate e quelle gridate e le nostre risate. C’è un antidoto per tutto, qualcuno disse. Non so, forse aveva ragione. Fatto sta che fatico a paragonare quella maglietta rossa ad un antidoto, mi fa ridere, anzi. Ora potrei dirti qualsiasi cosa e tu difficilmente riusciresti a capirmi. Cosa? Non capisco! E l’indice puntato verso l’incolpevole orecchio. Eppure io avrei ancora tanto da dirti. Chissà perché le parole più belle, quelle più nette, arrivano quando i dardi con le ruote di ferro sono ormai tratti. Si, tranquilla, non mi sporgo troppo. Ecco, mi sono voltato un attimo per controllare di non incocciare davvero la testa contro un palo e ti ritrovo più piccola. Non vedo più i tuoi occhiali, scorgo la testa, si, ma ancora per poco. E poi vedo un braccio che si alza e si allarga e ogni tanto la mano si avvicina alla testa e quasi mi sembra che tu voglia fare il verso agli indiani. Si ride per non piangere, capisci. Sei una macchia rossa, ora. E io ti parlo, ti dico cose che appena pronunciate svolazzano via tra le case e la strada ferrata. Forse arriveranno al mare e questi te le allungherà nel letto insieme alla fresca brezza della sera. E’ rimasto un punto rosso. Una barra blu con il nome della città e un piccolo punto rosso. Il dardo con le ruote di ferro si piega sulla sua destra. La mia mano si chiude, l’indice accarezza il palmo della mano. Una carezza ruvida, la mano d’un tratto arida come quella di chi ha lavorato la terra per una vita intera. Guardo davanti a me: uno spicchio di mare all’imbrunire, una ruota panoramica, insegne di hotel incastonate ovunque. Chiudo il finestrino e mi adagio sul sedile. Nel mio scompartimento una ventina di persone. Davvero non mi capacito. Le guardo una ad una, si, mi alzo e osservo i miei compagni di viaggio e me ne infischio se sono a chiedersi quale strano disturbo affligga la mente di questo ragazzo. Guardo e penso che forse va di moda il rosso, quest’anno. O forse davvero aveva ragione quel tale a dire che c’è un antidoto per tutto. Ed io vedo punti rossi in ogni dove. Sorrido, anche se tendere il labbro inferiore mi fa un po’ male. Niente più hotel a dieci piani né ruote panoramiche, ma case basse e auto parcheggiate nei cortili. E tu, piccolo punto rosso, ormai fuori dalla stazione. Ma perché, poi? Perché non immaginarti ancora là, con il braccio alzato sotto il cartello blu con il nome della città. Più ci penso e più ci credo. Mi alzo di scatto, tiro giù il finestrino e sporgo la testa. Il vento, squarciato dal dardo dalle ruote di ferro, mi riempie di scopaccioni. Si, lo vedo: un piccolo punto rosso in fondo al buio. Avrà un gran da fare questa notte il mare a raccogliere la striscia di parole, risa e pensieri che il vento sparge dietro al dardo dalle ruote di ferro. Una lunga striscia rossa partita da un punto altrettanto rosso. Quasi una cometa.

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Linea Maginot

Il sole del mattino colpisce la tapparella leggermente dischiusa, vi sbattono i suoi raggi come il formaggio sulla grattugia e ciò che filtra nella stanza buia sono piccoli segmenti di luce. Apro l’occhio destro e penso ad un codice binario. Quindi lo chiudo, apro il sinistro e penso che quella luce altro non è che un raggio di sole. Tra poco la sveglia trillerà e tutto, inesorabilmente, ripartirà. Limbo. Ecco, mentre richiudo gli occhi penso al limbo. Questo dev’essere un limbo: un dormiveglia, quell’attimo fuori dal tempo in cui si fa il resoconto della notte, si soppesano sogni, si filtrano ricordi. La verità da una parte, la fantasia dall’altra. Un sogno fastidioso. Lo ricordo a somme linee, no, nessuna linea. I sogni non hanno le linee decise delle opere di Botticelli, hanno i colori cupi delle Madonne del Masaccio, le parti scrostate e irriconoscibili di un affresco. C’è stato qualcosa di negativo comunque, un’ansia mi si è incastonata nell’animo, mi tormenta, impedisce alla mente di concedersi gli ultimi cinque minuti. Apro l’occhio destro e poi il sinistro. La luce filtrata dalla tapparella incontra un’ostacolo, l’opposizione da forma a un qualcosa di ondulato. Pare quasi che una coppia di dune, una più grande e una più piccola, mi separi dalla finestra. Le dune vibrano leggermente, forse soffia il vento del deserto. Mi pare di udirlo, il ghibli secco che muove le dune. Sono pressoché desto, ho ormai scinto il mondo reale da quello onirico. Solo mi manca di capire qualcosa, si, quel qualcosa che si frappone tra me e la finestra, tra me e la luce, tra me e il mondo. Sarò anche desto ma senza dubbio non sono ancora lucido. Però so di non sognare, so anche che quell’ansia era dovuta a quel brutto sogno che si ora ricordo, è proprio quello di ieri, si, quel maledetto pensiero. Ah, si fotta. Era soltanto un sogno, no? Ma ora siamo nel mondo reale e un qualcosa che ho definito duna sta nel letto tra me e la finestra. Soffia il ghibli, freme la duna su e giù in un movimento delicato, quasi impercettibile. Mi avvicino con il corpo, il naso si imbatte in una selva di filamenti odorosi, la mano urta contro quella che sarebbe la duna e invece si rivela una spalla. Scendo delicatamente per quella curva che conosco a memoria e risalgo verso la seconda duna, che in realtà è un fianco. Allora infilo il naso nella selva e aspiro quell’odore inconfondibile, me ne nutro come fosse ambrosia, o come fosse, da umano quale sono, l’aroma del caffè che si espande dalla moka. Riporto il braccio in alto e cingo quel corpo senza paura, perché dune non sono, sabbia non è, ma piuttosto un confine, una linea Maginot tra me e il nemico. La linea Maginot. Ti stringo e penso a quella linea difensiva che i francesi costruirono per difendersi dall’orco tedesco. Però non è bello, questo. Non è bello perché la linea Maginot non impedì la guerra e l’invasione. E allora, e mentre lo penso conformo la posizione del mio corpo alla tua, non parliamo di confini, nemici, di esclusione, sono cose brutte e tu non devi averci nulla a che fare. Una piccola opera d’arte, un’opera contemporanea, calda viva, di quelle che tutti vorrebbero vedere e si aspettano come il messia, ma nessuno è in grado di creare. Io ce l’ho. E’ tutta in divenire, da cinque anni a questa parte e per un’infinità di tempo ancora. Ho l’impressione che se ti stringo ti porterò nel mio prossimo sogno. E allora lì sarai veramente una linea Maginot, un confine meraviglioso che non esclude a prescindere, ma separa per me le cose brutte da quelle belle, che sa discernere i pensieri buoni e filtrare i cattivi. Che poi, è quello che hai sempre fatto. Nel mondo reale. Ecco a cosa serve un’opera d’arte.

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Arcobaleno 1

Ciò che vediamo delle persone non è che una membrana, pensò. All’interno c’è un caleidoscopio di colori, a volte accesi e caldi, altre volte cupi, se non del tutto spenti e freddi. Nella sua cosmografia interiore questi fasci di luce si intrecciavano tra loro formando delle nervature a livello della membrana. E’ un irradiamento disomogeneo, ogni persona le può avere sviluppate maggiormente in punti diversi. E’ una questione di sensibilità, pensò. Lui sapeva benissimo dove cercare la propria sensibilità. Si accarezzò il petto, le dita sfioravano la peluria sopra lo sterno e gli donavano un senso di quiete profonda. Quelle dita non erano che l’aratro che preparava la terra alla semina. Il petto attendeva la testa di Lei da una settimana. Ancora pochi minuti e quelle dita della mano destra non avrebbero più brulicato sul petto, ma in quella selva di capelli. Avrebbe giurato, si ne era proprio sicuro, che in quel momento il petto si sarebbe aperto e tutti i fasci di luce del suo corpo sarebbero stati liberi di espandersi nell’aere.

E ora finalmente insinuava le dita tra i capelli come se sfiorasse fili d’erba per arrivare al terreno. Era un terreno caldo e friabile, le dita non incontravano resistenza. Ecco, ora poteva pizzicare le sue fasce di nervi colorati. Chiuse gli occhi e pensò che non poteva che essere così, un solo unico intreccio di colori. Riaprì gli occhi e guardò la stanza. Ovunque era arcobaleno.

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Un tuono, un boato sordo, lontano, come una distesa di sassi che, prima lentamente poi via via con maggiore intensità, scende su un pianello sottostante e qui, dopo tanto trambusto, si ferma lasciando un eco clamoroso. Entrambi guardano il cielo. Il temporale è ancora lontano, ma prima o poi arriverà. Lui nota che quel rumore l’ha infastidita e la osserva di sottecchi. Si avvicina lentamente, ma un lampo si distingue nelle montagne vicine e lo ferma.

Circostanze. Siamo dominati dalle circostanze del destino. Buone? cattive? non ci è dato saperlo. Ora volevo  avvicinarmi e fargli sentire tutto il mio calore e invece quel calore l’ha sprigionato il cielo. Un lampo, una radice illuminata scagliata per fermarmi. E io impreco, ma che motivo ne ho? Avrei potuto sbagliare il tempo. Ogni cosa a suo tempo, diceva mia nonna.

Camminano per le strade dello sconosciuto paesello. Il cielo si oscura e la luce estiva filtrando dalle tenebre incipienti rende il paesaggio deprimente, le mura delle vecchie case sembrano ancor più grigie, gli stipiti scomposti, i gatti vecchi e i tetti da rifare. Sulla sinistra compare una volta in sasso. E’ buia, un antro lugubre in cui non si riconosce nulla. In fondo alla volta c’è la luce, il paese continua. Lui muove due passi verso il buio, ma lei non si muove. Nasconde il viso nella sciarpa e rimpicciolisce gli occhi.

Quegli occhi grandi che ha. Andiamo, cosa stiamo qui impalati? Cosa vuoi che nasconda il buio di un paese di montagna semidisabitato?

Non si muove, chiede perchè bisogna passare per quell’antro buio, a tratti sembra implorare per poi nascondersi di nuovo nel suo foulard. Lui indietreggia, allunga un braccio sulla sua spalla e l’accompagna nel buio.

In effetti quest’angolo, questo tempo, questi alberi che si piegano e ululano sotto il vento della tempesta fanno davvero impressione. Ma cos’è questa paura? La paura è un sentimento trasversale, parte nel passato, si vive nel presente e si guarda nel futuro. Questa paura che sento tra le mie braccia è la nostalgia del passato, la noia del presente e l’ignoto del futuro. La paura è un sentimento nobile, delicato, sinonimo di intelligenza. Per esempio, ci sono persone che di primo acchito non amano le novità, di qualsiasi cosa si tratti. Non è sintomo di arretratezza, è fedeltà nel passato, nei momenti belli che ci ha donato, nelle persone che ci ha regalato. Così il presente rimane una situazione di bilico tra un passato che si allontana e un futuro non curante delle nostre cose. Il futuro è un antro buio da percorrere alla svelta. Non si può portare tutto, qualcosa va lasciato. Eccola la paura.

Il corridoio buio è finito. C’è un panorama e in lontananza si vede il mare. Il cielo è cambiato, forse non pioverà. Il volto di lei spunta dal foulard e sorride, poi estrae il telefono. E’ un vecchio modello. Del resto, non si può lasciare tutto alle spalle.

L’odore di questi capelli, questo si che è trasversale. Mi accompagna con delicatezza, così leggero che nessun futuro lo può fermare. La paura ti rende bella.

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