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Posts Tagged ‘gatto’

Alla vecchia gatta debbo tutto, non c’è che dire. Ero un errore, il primo della speciale graduatoria degli incapaci che ogni consorzio non particolarmente civile, quello dei felini in primis, decide di sacrificare senza troppi rimorsi. Filomena, questo il nome della vecchia gatta, nel corso dei suoi dodici anni di vita aveva messo al mondo trentaquattro gatti: nove finirono annegati in una bacinella d’acqua, a dieci fu imposto il supplizio di Icaro (però non sono a conoscenza se Icaro fosse in effetti morto subito o, come alcuni di quegli sfortunati, dopo alcuni minuti), sei furono annientati da un amante focoso che voleva le mammelle di Filomena solo per sé, quattro non superarono la prima notte di vita, uno finì sotto la ruota di un’auto ancora in giovine età, mentre dei quattro rimanenti non ho notizia alcuna, se non che lasciarono questo mondo anch’essi in giovane età. Ora, prima che vi strappiate i capelli dal dolore, urliate il vostro disgusto e doniate un giorno del vostro calendario al culto della gatta Filomena, vorrei ricordarvi che la condizione del gatto di campagna è assai diversa da quella dei pasciuti e devitalizzati mici da appartamento. E poi vi darò ragione se direte che anche in campagna le cose sono cambiate, che avete notizia di gatti castrati e deformi che pur abitando in paesi senza connessione ADSL non hanno mai inseguito una lucertola. Un paio dei miei fratelli finirono a quella maniera. Ma nella vecchia casa di Borgo Rosso dove vidi la luce le lancette hanno sempre avuto un moto differente, più lento, quasi che ogni tanto si perdessero qualche tac. Dovreste averla vista, la vecchia Wanda, un generale di donna ormai da tempo abituata a gestire la casa senza marito, deceduto anni prima. Piglio risolutivo, poco propenso a facili tenerezze. Del resto, quella donna aveva avuto una vita non meno semplice di una gatta Filomena qualunque. Ed anzi, posso dire che tra le due femmine vigeva un accordo cameratesco, privo di quelle sdolcinatezze che a molti di voi hanno fottuto il cervello, ma non per questo privo di passioni. Quando Filomena fu in procinto di morire ricordo che la vecchia Wanda gli sedette accanto e, forse per la prima volta, gli accarezzò il ventre, a suo parere l’origine del male che la stava logorando. Allora ero un giovanissimo gatto, non avevo ancora compiuto il mio primo anno di vita e tutto mi sorprendeva. Quando si è giovani si pensa che il mondo sia così, punto e basta. E chi ci ha cresciuto, chi ha riparato ai nostri danni, sembra invincibile. Poi, un bel giorno, saluta e se ne va. E tutto ciò è troppo grande, troppo rumoroso. Soffrivo, sebbene di preciso non sapevo che significasse. Mi sentivo tradito: la gatta che contro ogni legge della natura aveva scelto di farmi sopravvivere ora se ne andava, mi lasciava solo. Non dimenticai mai le parole di Wanda: “E così mi lasci anche tu”. Con la saggezza di una vecchia contadina aveva condensato in poche sillabe tutto ciò che mi frullava in testa. Lo ripetei più volte, miagolando. Ma Filomena non poteva più sentire. Spirò poche ore dopo e Wanda gli donò una sepoltura da lei ritenuta “di gran lusso”. E quando pronunciava queste parole gli occhi vitrei si coprivano di lacrime. Era primavera e il sole preannunciava un’estate calda. Presto le grida di Simone e Giulia sarebbero state una colonna sonora quotidiana. Ma lungo tutto l’inverno nella casa di Borgo Rosso c’eravamo stati solo io,  Wanda e Filomena. E ora Filomena era sepolta sotto i nostri piedi/zampe. In suo onore sul cumulo erano adagiate un tris di margherite con il gambo intrecciato, mentre un bastone piantato in mezzo alla terra ricordava a tutti il luogo di sepoltura della povera Filomena, madre acquisita di Coda storta, il meno sano dei suoi figli e, per assurdo, l’unico che sarebbe sopravvissuto oltre la giovinezza. Il giorno dopo le margherite sarebbero state spazzate dal vento, mentre il bastone, divelto dalla stessa Wanda, sarebbe finito nella stufa, insieme al ricordo della gatta che mi fu nutrice. Un paio di mesi più tardi qualche cane rognoso avrebbe banchettato con le spoglia ossute di Filomena. Ma in quel momento ero triste, immensamente triste. Mi accucciai accanto ad un piede di Wanda. Avrei voluto sparire. Proprio come quella volta che mi accorsi che non era mia madre ad allattarmi, bensì Filomena. Wanda si chinò e mi concesse una carezza. Veloce, sgraziata. La prima e unica che ricevetti da lei.
A proposito di mia madre. Quella sgualdrina aveva odorato la primavera prima di tutti e già rotolava la schiena lanciando gemiti da far rabbrividire il più scafato dei gatti. Provavo un grande rancore. Talvolta cercavo la sua attenzione, non posso negarlo. Ma quella aveva in mente altre cose. Del resto pure quei babbei dei miei fratelli, dopo un primo svezzamento, avevano ricevuto sempre meno attenzioni. Tra loro ce n’era uno, ora non ricordo nemmeno se gli avessero assegnato un nome, che comandava la ciurma. La sua leadership era dovuta alle dimensioni delle zampe più che ad un innato carisma. Se avesse avuto anche un cervello, oltre che un fisico sproporzionato, non saprei. Ma dubito. Era violento, rissoso, arrogante, vendicativo, un vero e proprio bullo che scambiava i suoi simili per pungiball da riempire di ceffoni. Io ero il suo preferito. Come pungiball, intendo. Mi chiamava bastardo, mi diceva vieni qua rospo, zoppo, guercio e io scappavo ma quello aveva gambe migliori e puntualmente mi raggiungeva prima che io raggiungessi Filomena. E giù botte. Così, senza un preciso motivo. Il tutto aveva fine quando Filomena, allarmata dai miei lamenti, arrivava in mia difesa. Con la morte della mia madre adottiva la mia esistenza era diventata un vero e proprio inferno. Mi rifugiavo in Wanda, ne seguivo ogni passo. Ma in casa non mi era permesso entrare e la notte portava sempre rogne. Ma non durò a lungo.
Era un sabato di giugno. Da un paio di settimane avevo preso l’abitudine di nascondermi in un anfratto tra la nostra casa e la piccola cascina dove ero nato. Era poco più che una fessura. Non vi batteva la luce del sole e il nascondiglio era perfezionato da una serie di oggetti ivi incastonati e abbandonati da tempo imprecisato. Wanda non gettava nulla. Nessuno a Borgo Rosso gettava nulla. E’ peccato, dicevano. E riempivano ogni spazio disponibile di cianfrusaglie. Quelle cianfrusaglie erano la mia salvezza. Non sapevo quanto sarebbe durata, ma non mi importava. Il braccato pensa all’oggi, il domani è solamente un’ipotesi. Ad ogni modo per diversi giorni mi ero reso irreperibile da quell’aguzzino di mio fratello e questo lo aveva mandato su tutte le furie. Acquattato nell’anfratto lo udivo spesso sbraitare il mio nome seguito da elenchi di sevizie inenarrabili che avrebbe recapitato sul mio povero corpo non appena lo avesse avuto tra le zampe. Ogni giorno aggiungeva qualche tortura e il tono si faceva sempre più veemente. Ero sicuro che sarebbe stato capace di fare ciò che prometteva e forse anche peggio. Era un mostro incontrollabile. Chiunque avesse visto i trattamenti riservati a lucertole e passerotti ne era rimasto inorridito. Quel giorno, come ogni sabato, Wanda si era recata al cimitero dal marito. Io, che per questione di sopravvivenza avevo memorizzato tutte le sue abitudini, mi ero già rifugiato nel mio nascondiglio. Devo dire che quando Wanda era a casa preferivo la sua protezione, più che sicura, alla fessura tra la casa e la cascina. La notte e quei rari momenti in cui si assentava, invece, sgattaiolavo (è il caso di dirlo) nel mio anfratto nascosto. Quanti danni arreca l’eccesso di sicurezza! Mi assopii e come mio solito ebbi un sonno breve ma turbolento. Devo aver dimenato le zampe, scalciato scatole metalliche del secolo antecedente, rivitalizzato catene arrugginite di buoi ancestrali, insomma fatto un gran casino. Quando ripresi coscienza vidi un gatto all’entrata dell’anfratto. La base del corpo rimaneva fuori, ma la testa e le spalle erano protese verso il buio del nascondiglio. Se ne stava lì così, da quanto non saprei dire, e mi fissava. Sentii lo stomaco farsi tutt’uno con i polmoni. Non riuscivo a riconoscerlo, indovinavo dalla stazza che doveva avere per lo più la mia età.
“Guarda un po’ chi c’è qui” disse. Riconobbi la voce. Era uno dei miei fratelli, ma non il boia. Non dissi nulla. Mi rannicchiai fino a scomparire e lo fissai implorante.
“E’ inutile che ti nascondi, Coda storta. Ti ho riconosciuto.” Il tono era stranamente silenzioso. Questo mi diede coraggio. Forse non aveva intenzioni cattive. A parte il boia, del resto, nessuno dei miei fratelli aveva mai alzato le mani contro di me. O meglio: nessuno lo aveva fatto di sua iniziativa, ma soltanto su richiesta del sadico.
“Ciao.” Fu tutto ciò che fui in grado di dire. Avevo la coda elettrizzata. Quello invece la muoveva sinuosamente.
“Sai che faccio ora, Coda storta?” disse. Lo lasciai continuare. “Ora, caro Coda storta, chiamo nostro fratello”
“No!” dissi scattando sulle zampe. E lo avrei urlato, se il fiato non mi fosse venuto meno.
“E invece si!”
“No! No! Ti prego, ragiona. Ma perché? Perché? Lo sai anche tu come andrà a finire se lo chiami! Ma insomma, ma che ti ho fatto? Ma che vi ho fatto?” E quasi piagnucolai. L’altro per un po’ tacque. Teneva gli occhi fissi su di me e aveva preso a far vorticare la coda. Pensai di averlo impietosito, ma mi sbagliavo.
“Venite! Venite presto!” miagolò con quanta voce aveva.
“No!” risposi con uguale forza. Ero in preda al terrore. Il corpo pronunciato in avanti. “Ascolta, facciamo così: picchiami tu. Si, dai, io non oppongo resistenza. Mi chino e tu mi picchi. Eh? Ti va?” Ma a quello di picchiarmi non interessava proprio. La sua anima servile era proiettata verso il capo. A lui doveva rendere conto, lui doveva compiacere. Continuò a chiamare gli altri. Io lo guardavo, lo imploravo di smettere, ma quello sembrava indiavolato, la faccia contorta in una smorfia indicibile, quasi caricaturale. A breve il mio boia si sarebbe palesato alle sue spalle. Dovevo agire. Se fossi rimasto in quell’anfratto questa storia sarebbe terminata qui. Feci un gran balzo e mi gettai sulla spia. Rotolammo entrambi per una frazione di secondo. Fui il primo a tirarmi su. Ed eccola, ormai a pochi metri da me, la sagoma dell’aguzzino. Ricordo come fosse oggi: il pelo nero, il corpo largo il doppio del mio, gli occhi iniettati di sangue, la bocca contorta. Presi a correre senza una meta, senza un piano di salvataggio. Era la prima volta che correvo per le vie del paese. Svicolavo tra case sconosciute, cambiavo direzione, saltavo tombini. Lo sentivo dietro di me, sentivo le sue zampe sempre più dappresso alle mie. Era più grande, aveva gambe più sane e non essendo un rifugiato come il sottoscritto conosceva le vie di quel borgo a menadito. Se in quel momento avessi pensato a tutto ciò, se la scialuppa di salvataggio non fosse stata pilotata dall’istinto di sopravvivenza, avrei mollato: tanto non c’erano speranze. D’un tratto le case finirono e sotto le zampe mi ritrovai la scarpata ripida che colmava il dislivello tra il paese, abbarbicato su un colle e la strada di sotto. Rotolai giù e quando mi fermai la testa girava come una trottola. Mi ripresi quando l’aguzzino stava per agguantarmi con un balzo, manco a dirlo, felino. Non so come, ma riuscii a scansarlo. Corsi verso la strada asfaltata. Nel mentre passò la corriera.
La cui ruota mi sfiorò la coda.
E prese in pieno mio fratello.
Lo sentii rantolare. Mi avvicinai con la premura che si usa con un mostro, sebbene praticamente morto. Gli occhi saettavano ancora odio. La bocca avrebbe voluto dare fiato a cose orribili, ma sputava solamente sangue. Se ne voleva andare come aveva vissuto quel misero anno. Un essere ignobile.
“Addio” dissi. E mentre mi allontanai aggiunsi: brutta merda. Era la prima volta che sorridevo in vita mia. Avevo su per giù un anno di vita.

 

https://allegriadinubifragi.wordpress.com/2014/08/18/vita-di-coda-storta-gatto-bastardo-cap-1/

https://allegriadinubifragi.wordpress.com/2014/09/15/vita-di-coda-storta-gatto-bastardo-cap-2/

 

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Non so cosa accada a voi bipedi dopo la morte. Se anche lo sapessi, sia chiaro, non ve lo direi. Conosco bene la vostra indole: non aspettereste altro per tirare finalmente i remi in barca e smozzicare qualche parola del tipo “Tanto” “Ah beh, allora” “Bene, a posto così quindi”. E non fate i razionalisti, in fondo, lo so, ci sperate un po’ tutti. Ad ogni modo, niente uscirà da queste labbra feline. Lavorate, pensate e filosofate. Siete così bravi a filosofare, quando volete. Già, quanto avrei voluto essere il gatto di uno di quei filosofi dalla barba folta e incolta. Ma tant’è. Ad ogni modo, posso raccontarvi che ne è di noi gatti quando un’automobile ci sfracella contro il marciapiede, o quando i vostri croccantini chimici ci fanno defecare il fegato e le nostre povere ossa finiscono tumulate sotto un sasso che presto diverrà uno dei pali della porta dove i vostri marmocchi esibiranno le loro mai nate doti calcistiche. Non accade niente di che, a dire il vero. (altro…)

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Della non esaltante nascita di Coda storta.

Venni al mondo tra le imprecazioni di mia madre. Era stato un travaglio penoso: mi avevano preceduto tre gattacci di notevole stazza, tre infami che barattarono la propria intelligenza con la mia prestanza fisica. Non oso immaginare quanto possa avere patito quella sgualdrina di nostra madre. O no, per l’amor del cielo, non tacciatemi dopo appena tre righe di irriconoscenza verso la gatta che mi diede la luce. Se ho l’ardire di appellare mia madre con tale epiteto avrò le mie ragioni, no? E aggiungo: presto vi saranno riferite. Ad ogni modo, io fui lasciato per ultimo, pigiato nell’utero da quei marcantoni che dovrei chiamare fratelli. Avevano fretta gli imbecilli, come se avessero qualcosa da dire al mondo, come se la natura, che tanto gli aveva donato in muscoli e zampe, gli avesse parimenti forniti di un intelletto pronto o di una qualsivoglia attitudine a fare qualcosa che non fosse una razzia o a sverginare gattine di primo pelo, a esprimere un concetto che non fosse “Vattene o t’ammazzo”, “Questa gatta la ingravido io”, “Questa è la mia zona”. E voi umani, inebetiti da letture di Konrad Lorenz e Charles Darwin, atrofizzati da documentari in cui prestanti leoni squartano deboli gazzelle, direte che un gatto pur sempre un felino è e la zampa più lesta, quella più forte e decisa ha sempre la meglio in questo sporco mondo. E io vi dico di no. Chi più visse tra i miei fratelli si godette la metà dei soli estivi che ho goduto io. E mi riferisco a quel futuro castrato, obeso e del tutto rimbecillito che crepò d’infarto accanto ad una stufa in una notte d’inverno. Ma questa è un’altra storia e più avanti, se mi aggrada, ve ne parlerò. Dove eravamo rimasti? Si, certo, il travaglio di mia madre. Uscito il terzo dei miei ignobili fratelli sarebbe finalmente toccato al sottoscritto dire “Ciao mondo!” Ma si da il caso che di quelle stronzate non avevo per niente voglia. Pur costretto sotto il culo dei tre imbecilli, non stavo per niente male nella pancia di mia madre. E poi, ora che quei tre gaglioffi mi avevano liberato dal loro immane peso, davvero mi sembrava di sguazzare in paradiso. Aveva un bel da fare mia madre a contrarre il bacino nel tentativo di spingermi fuori: abituato alle costrizioni di una convivenza forzata di due mesi, quelle timide compressioni mi parevano tutt’al più carezze. Poi non so come e non so perché, quella gattaccia riuscì nel suo intento e mi sparò fuori come un missile. Vidi una gran luce intervallata da ombre che si muovevano in lontananza. Poi un’ombra più grande si appropinquò sopra il mio corpo. Non potevo distinguere molto, ma ero certo si trattasse di mia madre. Ci sono tanti modi per essere accolti nel mondo dei vivi. Diceva il Buddha (si, sono un gatto istruito e ve ne renderò conto) che la nascita è il fondamento della vecchiaia e della morte. Gliene do atto: altrimenti perché si nascerebbe piangendo? Il pianto è il primo contatto con ciò che ci circonderà. Non piangere è sintomo di un problema. Devo approfondire la questione, lo ammetto, ma so per certo che il neonato che non piange ha un qualche problema. Alcuni anni dopo, in casa di un umano, vidi un filmato nel quale una donna dava alla luce un figlio. Costei non piangeva. Allora il dottore lo scosse un poco e il piccolo finalmente provò agli astanti che sapeva anch’esso lagnarsi come un rompicoglioni qualunque. Orbene, mia madre, non vedendomi frignare come un vitello, non per buon cuore ma in quanto, ripeto, sgualdrina, decise che pure io avrei dovuto esordire come tutti gli altri. “Tanto dolore per mettere al mondo una racchia del genere” disse. Grazie mamy, quelle dolci parole le porto ancora nel mio cuore ogni volta ti penso. Non si preoccupò nemmeno di controllare il mio sesso, preferì bollarmi come femminuccia gracile e di brutto aspetto, fondamentalmente destinata a tornare al più presto da dove era venuta. Non male: cartellino rosso dopo dieci secondi dall’esordio. Quelle ombre che vidi guizzare in lontananza si avvicinarono al sottoscritto. Erano umani, ma questo lo capii solamente in un secondo momento. Certo, a loro non voglio dare colpe, in fondo non ero altro che uno dei quattro bastardi figli della gatta bastarda che tutti i maschi bastardi del vicinato ha ospitato sulla groppa. Però, ragazzi miei, che tatto! “Oh mio Dio, ma è un mostriciattolo!” “Questo campa poco, domattina lo troviamo stecchito” “Beh, dopo tre bei gatti come quelli” “Poverino, magari soffre” “Ma che soffre! Nemmeno si accorge di essere venuto al mondo ridotto com’è” “Guarda, ha pure la coda storta” Quintali di ottimismo sulla mia pelle. Beati voi umani. Per voi un neonato è sempre bello. Anni dopo in una delle vostre case vidi il nuovo arrivato di una allegra famigliola: era un bambino talmente brutto, e vi giuro non esagero, ma talmente brutto che non potevo reggere il suo sguardo. “Guarda amore, guarda il gattino!” e mi avvicinavano quello sgorbio pieno di rughe e rosso come quegli stitici che spingi spingi ma non c’è verso e io che chinavo la testa e facevo “Miao” e loro “Senti amore! Lo senti il gattino che ti saluta?” ma il mio non era un saluto, se avessero potuto capire cosa avevo veramente detto mi avrebbero preso a calci in culo e addio pappa delle due del pomeriggio. Per noi gatti, insomma, il buon cuore non è previsto: se sei brutto, gracile, malaticcio e c’hai pure la coda storta devi morire entro la mattina successiva. Punto. E mia madre, eviterò di ripetere l’epiteto per non infastidirvi, invece che credere nel miracolo, invece di fare come il pastore della buona novella che abbandona novantanove pecore per cercarne una smarrita, non si diede nemmeno la briga di ripulirmi da placenta e affini e mi lasciò così, indecoroso, all’appuntamento con la morte. I miei fratelli rimembrarono come quel mezzo aborto del sottoscritto fosse comunque un comodo appoggio per le loro chiappe e una volta sistemati si misero a poppare dalle mammelle come forsennati. Non una goccia per il moribondo dalla coda storta, non sia mai! Così avrei dovuto trascorrere la mia breve esistenza: sporco, schiacciato sotto il culo dei miei fratelli e senza nemmeno assaporare una goccia del latte materno. Sotto quel peso è probabile che sarei morto di lì a poco per asfissia da culi fraterni. Fu la curiosità degli umani a procrastinare la mia dipartita di qualche ora. Ricordo che una mano sollevò uno ad uno quei tre parassiti e disse “Guarda Papà! Poverino… E’ già morto, papà?” Il padre avvicino la mano al mio viso. Era il primo contatto con un umano della mia vita. Toccò da qualche parte nel mio capo, tentò di fare qualcosa che allora non potevo capire, quindi emise il suo responso “Questo disgraziato ha pure un occhio guercio. E’ ancora vivo, ma non ne avrà per molto.” Ecco, pure un occhio guercio mi portavo appresso. E così mi addormentai per quello che avrebbe dovuto essere il primo e unico sonno della mia vita.

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