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Posts Tagged ‘matteo bassioni’

Pubblico un post che ho scritto pochi giorni fa per il blog di sport e altro inzonacesarini.wordpress.com, dove ho una piccola rubrica dal nome “Caro Diego, se tu, Ernst ed io…”

In zona Cesarini

C’è qualcosa di strano nel prendere una bicicletta a Parigi, in una di quelle domeniche di finta primavera come solo il nord sa regalare e andare fino a Roubaix, più di duecento chilometri a est, al confine col Belgio. C’è qualcosa di insano e irrituale nel non prendere la superstrada o che ne so la statale e cercare, invece, le strade dimenticate da Dio, strette, manco asfaltate perché lasciate a pavè, lastroni di pietra sistemati, quando possibile, uno accanto all’altro. C’è qualcosa di incosciente nel cacciarsi, insieme ad un gruppo di cento e più persone, a tutta velocità in un imbuto dove la strada, di colpo, non è più asfaltata, non è più larga di un paio di metri e tutto attorno è foresta, foresta verde e umida, di quelle che non fanno concessione alle diavolerie moderne e le telecamere le cacciano indietro, in fondo al gruppo, a filmare chi…

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C’era una volta una mucca, una giovane e bella mucca bianca e nera che viveva in un paesino dell’appennino lunigianese, lungo quella Linea Gotica che divideva la parte occupata dai tedeschi da quella liberata. La mucca, Mukky era il nome che le avevano dato le compagne di stalla, ogni notte sentiva aerei chiamati “Pippo” ronzare sopra la sua stalla ed ogni volta sembrava che quello yankee di un aereo dovesse buttare giù chissà che bomba. Vi erano attimi in cui il vento, beffardo, simulava il sibilio della bomba, altre in cui l’esplosione detonava senza preavviso alcuno, con grande spavento di tutte. Mukky era giovane e la guerra le passava a fianco senza distrarla dai pensieri di gioventù, per lei altro non era che una delle tante bizzarre e pericolose follie degli uomini, quelle azioni che loro non potevano spiegarsi in alcun modo. Ma l’indifferenza bovina fece presto spazio ad un sentimento nuovo, un misto di orgoglio e desderio di novità. A scatenarne l’istinto ribelle fu un fatto increscioso: un giorno giunsero alla stalla soldati della Wehrmacht, alti, biondi, impettiti e con un linguaggio crudo e violento, così lontano dalla dolcezza del muggito. Picchiarono lo stalliere (e fin qui niente di male, pensò Mukky) e presero con se molte mucche, tra le quali due cugine ed una zia della nostra. Fu allora che Mukky decise che tutto ciò doveva finire, era inammissibile. Saltò su un carretto e aizzò le altre mucche con muggiti di fuoco e disse che non era possibile rimanere zoccoli negli zoccoli e guardare inermi le proprie compagne deportate e maltrattate da quattro pistola vestiti di grigio, bisognava reagire e riprendersi il proprio onore bovino. Le compagne di stalla in un primo tempo ascoltarono attonite, poi il sangue si scaldò nelle vene di pezzate e brunalpine, frisone e quant’altre, iniziarono a battere gli zoccoli e in un tripudio di muuu si gettarono fuori dalla stalla, ripresero i malfattori teutonici e, legatili sui gioghi, li buttarono infime nel letame, il posto da cui erano venuti e sarebbero dovuti ritornare. Dopo quella vittoria le mucche presero coscienza della loro situazione, dei loro diritti e doveri di abitanti del pascolo e della stalla. Mukky si atteggiò a capo popolo, si legò un bel fazzoletto rosso al posto del giogo (che fu bandito) e divenne il terrore non solo dei tedeschi, ma pure dello stalliere, che, nostalgico della ventennale apatia di quelle contrade, non vedeva di buon occhio le rivendicazioni vaccine. E fu così che l’infimo traditore, nella speranza di riaccomodare la situazione, si mise d’accordo con l’amico crucco, lo aiutò ad entrare in una notte buia nei meandri della stalla e fece così in modo che Mukky fosse catturata e deportata il mattino seguente. Grande fu lo sconcerto delle altre mucche quando la videro portare via incatenata il mattino seguente. Nei giorni che seguirono la tristezza pervase la stalla, da ogni dove giungevano notizie terribili di esecuzioni e banchetti a base di bovino. Poi la guerra finì e, per le mucche ma non solo, tutto tornò come prima. Le speranze di cambiamento che erano aleggiate con il muggito di Mukky erano rimaste lettera morta, perfino quel fetente d’un fascista dello stalliere era rimasto al suo posto. Una  mattina le mucche furono svegliate dalle risa dei bambini e si affacciarono per capire l’origine di tanta ilarità. Con grande stupore di tutte videro lo stalliere immerso nel letamaio fino al collo, legato ad un giogo sopra cui era fissato un cartello con la scritta “Traditore”. Se vi inoltrate per quelle contrade, alcune mucche oramai molto vecchie vi racconteranno che quel giorno ad alcune di loro parve di vedere sulla cima del monte antistante la sagoma di una mucca con il fazzoletto rosso al collo. Forse sono solo suggestioni di alcune, ma tutte, non una esclusa, vi diranno che da allora, nella notte tra il 24  e il 25, se vi affacciate in quei borghi ormai lontani dalla civiltà, udirete il muggito di una mucca ribelle che, sebbene per poco tempo, credette che la stalla poteva essere cambiata.

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No, niente fascino teutonico, piuttosto azzeccatissimo il proverbio il cane assomiglia al padrone e visto il cane è tutto dire. In quel corpo tondeggiante, simile ad una pagnotta con le estremità tagliate, quelle mani che messe a coppetta avrebbero potuto dissetare un orto in agonia, quel viso bitorsoluto, schiaffeggiato da venti siberiani e scrosci monsonici, due sole cose  si notano: la pancia e il naso, due corpi a sé stanti, così grandi da essere in odore di secessione rispetto al resto del corpo. Insomma questa disarmonica figura in cui tutto è in contrasto si nasconde dietro una pancia bavarese e un naso a imbuto, così che nella mente schematica del moro l’oste rimarrà sempre un ovale sovrastato da un triangolo. Si presenta così, con un handicap visivo legato all’aspetto poco piacevole, spazzandosi le mani sporche in un grembiule ancora più sporco, con il risultato, sostiene il biondo, di peggiorare la situazione e mancare un tantino di rispetto ai due clienti. Si scusa per il ritardo, era a trovare suo fratello. Ma dove abita questo fratello, nel bosco? Va beh, meglio non indagare. Poco spazio ai convenevoli e in men che non si dica arrivano sulla tavola vino e salumi vari, portati con mani tando immonde da far salire un gettito di bile fino in gola al sensibile biondo. Roba fatta in casa, o meglio, dice l’oste, roba di mio fratello, ma quello che è morto. Pace all’anima sua, pensa il moro. Uomo di poche parole e pessima compagnia quest’oste, uno di quelli che ti guarda da cinque metri per capire se apprezzi o schifi la sua roba, ascolta i commenti, grava come un avvoltoio nell’attesa del riscontro che poi nemmeno gli interessa. Quando si allontana è come vedere il sole spuntare da un cumulonembo. Il biondo riempie di nuovo il bicchiere e lo porta verso la bocca. Mentre beve osserva la macchia di vino lasciata dal bicchiere sulla tovaglietta di carta e come nei tatuaggi che trovava nei chewing-gum da bambino, miracolosamente appare l’effige della Madonna, addolorata e piangente. E’ proprio il caso di dire: miracolosamente. Posa il bicchiere senza trangugiare il vino che tiene in bocca, prende la tovaglietta per i lembi e con la stessa gravità di chi scopre i lenzuoli all’obitorio la gira e legge: E’ mancata all’affetto dei suoi cari Assunta Rossi ved. Fermi, di anni 84, ne danno il triste annuncio figli, nipoti e parenti tutti. Il moro in religioso silenzio posa pane e salame e fa la stessa operazione, stesso risultato ma con suo disappunto si trova Luigi, un cinquantenne ancora nel fiore dell’età. Raccapricciante, pensa il biondo. E dire che proprio l’altro ieri in tv si parlava del boom economico degli anni sessanta e del suo strabiliante effetto sugli italiani in termini di cultura e costume. Vengano qui come altrove, pensa, quarant’anni dopo e mi dicano che ne è stato di quel boom. Accantonano le macabre tovagliette sperando di fare cosa grata a Luigi e Assunta. Scherza con i fanti, ma non con i santi, dicevano le loro nonne.

Contrariati dalla poco nobile azione dell’oste, i due bevono e mangiano a capo chino. Un gatto entra con nonchalance  felina e si dirige verso il vaso accanto ai due, spicca un salto, e si posiziona sulla terra fresca. Guarda come ti fissa negli occhi, dice il moro. Si, ma guarda come caga mentre mi fissa negli occhi, risponde esterrefatto il biondo. E’ una sfida, pensa il ragazzo, o meglio un’inaudita offesa: io vengo in questo posto dimenticato da Dio e dall’U.s.l., rischio il tifo e chissacchealtro e tu, lurido gatto diarroico mi guardi mentre evacqui, un pò come se mi dicessi sei meglio del giornale del giorno prima per stimolare le interiora. No, è troppo, il biondo molla tutto e il moro lo segue a ruota piegandosi all’indietro sullo schienale della sedia. Il gatto, finito il  bisognino e coperta l’arma del delitto, vista tanta arrendevolezza da parte dei giovani, decide di puntare dritto a Roma, con un balzo entra in territorio nemico e si ciba direttamente dai loro piatti, mentre i due sconfitti guardano la loro città depredata e in fiamme come i vecchi troiani guardarono inebetiti la fine di Ilio. Allora furono gli achei e l’astuto Ulisse, oggi è bastato un gatto merdaiolo e sporco di fango. Si spera sia fango, pensa il biondo.

Finalmente torna l’oste e si potrà chiudere l’indecente esperienza. Ultimo gesto di civiltà, uno zoccolo scalzato dal piede e lanciato contro il gatto. Il povero felino, colpito nel bel mezzo del suo lozzo corpo, smiagola con rancore e svicola lontano. Poco importa, prima si paga prima si esce dal girone che Dante dimenticò di descrivere. Il biondo e il moro escono, seguiti dall’oste, che saluta e dice che esce con loro perchè deve tornare da suo fratello. Il moro non resiste alla curiosità e chiede dov’è suo fratello. E’ qui di sotto legato, ora vado giù e lo ammazzo. Eh? Si, lo sgozzo. Un brivido di terrore pervade i giovani. Il biondo deglutisce a stento, il moro già si vede in tv, intervistato da una bonazza che gli chiede in un italiano stentoreo cosa si prova ad essere stato a contatto con un assassino psicopatico. Urla inumane giungono dal pianello sottostante, bisogna fare qualcosa dice il biondo, non possiamo stare qui impalati mentre si compie un’atrocità. Avanzano due passi e mentre le urla toccano l’apice, il terrore si trasforma in stupore.

Un maiale, l’oste sta uccidendo un maiale, ergo il menzionato fratello era il porco. Un porco, cazzo, dice il moro, suo fratello è un porco. E mentre il povero maiale rantolando esala gli ultimi respiri immerso nel suo sangue, i due si guardano e senza nulla dirsi raccolgono due tre quattro pietre e in un impeto giustizialista scatenano un pogrom di sassi contro l’ignaro oste. Bestemmia inenarrabili, poi un tentativo di inseguimento con tanto di falcetto in mano, ma ormai i due sono saliti in auto e via sgommare prima di fare la fine del fratello porco. Con il falcetto lanciato ad un metro, forse meno, dalla macchina del moro si chiude la domenica del biondo e del moro. Per una volta almeno, un pò movimentata.

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Tedio domenicale, ovvero svegliarsi la domenica a mezzogiorno e non sapere come occupare le ore per arrivare a sera. Nel caso dei nostri due eroi il giorno del riposo divino consiste in: cena a testa rigorosamente abbassata per non incrociare gli occhi indagatori dei genitori, fuga dal tavolo dopo dieci minuti e tuffo nel letto per allentare l’insostenibile pesantezza del capo, furtiva uscita con tanto di ciao vado a mezzo secondo dalla chiusura del portone di casa. Sperando in un freddo vento  dall’effetto ricostituente, i due si dirigono come ogni domenica al bar, dove berranno qualche morettina come anestetico e sfotteranno i vecchi che bestemmiano guardando le partite in tv. Errata corrige, niente partite oggi e nessun avventore al bar, unica presenza il barista stesso, la cui goliardica personalità è da molti paesani paragonata ad un trattopen nel retrobottega. Il moro (uno è moro e l’altro biondo) fa allora presente che la domenica di per sè è la peggio giornata che Cristo ha voluto sulla terra e quindi di veder quella brutta faccia non gli andava proprio, tanto più che l’indomani doveva rivedere quell’altro bel tomino del suo capo ed allora che si prenda la macchina e la si lasci correre verso i monti.

La macchina sale non senza fatica, mentre attorno il grigio paesaggio invernale, con i suoi mucchietti di neve ghiacciata ai lati delle strada e le case solitarie abitate da solitarie vecchine spegne lo spirito di osservazione del biondo, seduto sul lato passeggero con l’espressione inetta di chi non cerca nulla con lo sguardo. Il moro è stufo di guidare, ha visto un’osteria e vuole fermarsi a bere e a mangiare qualcosa, così magari gli passerà il mal di stomaco. Ora, una volta scesi, il biondo, che, nonostante il domenicale viso sfuggente,  è più riflessivo, dice che più che un osteria gli sembra una porcilaia e solo dei disadattati come loro possono finire in un posto del genere. Ma tant’è, il moro è già entrato e ha chiamato a gran voce l’oste, di cui non c’è traccia. Il biondo dice che tutto sommato nessuno li ha visti e un bel dietrofront gli sembra la scelta migliore, perchè questo posto puzza di merda e di piscio e il proprietario deve essere non demodè, ma cavernicolo proprio. Insomma, insiste il biondo, niente davvero è lasciato al bello, quasi che per un strana confessione religiosa si sia deciso di eliminare tutto ciò che infonde piacere all’animo e sostituirlo con rifiuti umani e di chissà che altro. C’è poco da fare, il moro finge di non ascoltare per non ammettere nemmeno a se stesso la paternità dell’infausta idea. Oste. Oste. Niente. Boh. Quando il biondo sta per prendere in mano la situazione, un grido di spavento lo fa sobbalzare e girarsi verso l’amico impaurito. E’ successo che una gallina, attirata da un chicco, si è avvicinata lemme lemme con tanto di movimento ondulare della testa al piede del moro, dove era situato il chicco e pensando di non recare disturbo aveva iniziato a beccare il piede del malcapitato, il quale era forse entrato in trance durante la spasmodica attesa dell’oste. Offeso nell’orgoglio dalla propria inusitata reazione, il moro si gira e rifila un destro stile pallonetto alla rotonda gallina, a cui tocca la poco ambita parte del pallone, per la verità non migliore di quella che il moro riserva al buon Dio. Il biondo, più sensibile alle rivendicazioni di uguaglianza e parità degli animali, protesta per il gesto eccessivo, ma è ben poca cosa in confronto alla veemente rivolta del cane, uscito a spron battuto da una stanza buia e pronto a difendere l’onore avicolo. Il biondo, non minacciato dal ringhio selvaggio in quanto innocente, constata con cinismo uno stato di disordine e scarsa igiene in Rin tin tin, nonchè la presenza di così tante e affollate colonie di parassiti da far invidia alla riviera romagnola. Ma il can can è fermato da una sontuosa bestemmia. La voce del padrone, il ricordo di sonore bastonate. L’oste. Come Beckembauer, quando si mette male, arriva lui e spazza via tutto e tutti, italiani e inglesi, cani e galline.

 

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Il piccione sul davanzale era, ancor prima che infreddolito, un tantino incredulo. Giocherellava con una foglia, gonfiava il collo, tubava, ma nessuno in quella classe, seppur composta da giovani reclute, lo degnava di uno sguardo. Eppure, pensò, sempre di qualcosa di insolito si trattava. Niente. Colpito da una repentina forma depressiva causata da forte disistima, decise che qualcuno doveva pagare questo affronto, spiccò il volo sulla via adiacente e ridusse gli ignari passanti a novelli abitanti di Hiroshima.

Intanto nella fatidica classe la biondina nella seconda fila a sinistra biascicava un brano dei Promessi Sposi riducendolo ad una nenia mortale, tra accenti insipidi e schiocchi di chewingum, tanto che un ignaro avventore avrebbe scambiato il discorso di Fra Cristoforo nel lamento di un ubriacone dislessico. Lo smilzo occhialuto in prima fila come sempre aveva aperto l’antologia dove pareva a lui e avidamente leggeva un testo che trovava si interessante, ma di cui non conosceva né l’autore né i personaggi. Senza nemmeno alzare gli occhi dal libro chiese alla Prof chi era Tolstoj. Non ottenendo risposta, ripropose la domanda e solo allora l’insegnante sembrò ricordarsi del suo mandato educativo. Poco male, colta nel vivo della propria ignoranza, si scagliò contro il ragazzino con voce stridula e ne seppellì per lungo tempo le velleità conoscitive. Del resto aveva ben altro a cui pensare, che se lo cercassero su Wikipedia chi era Tolstoni, lei avrebbe voluto fare la bibliotecaria e non l’insegnante, non era colpa sua se il padre era amico del provveditore agli studi e non del direttore delle biblioteche comunali. Nel frattempo, nella terza fila centrale, le due trendy girl della classe raccontavano di incontri ravvicinati con membri maschili, improbabili trasformazioni da scolare a geishe e perfino lascive esperienze di menage a trois. Dietro a loro il gran ruffiano ascoltò tutto e lo riferì senza esitare al compagno di banco, il quale tuttavia lo diffidò dal credere a  quelle due befane che, a parer suo, l’unico piffero che avevano realmente visto era il flauto che suonavano alle medie. Chi invece l’attrezzo lo usava davvero era il piccoletto dell’ultima fila. Non molto tempo addietro, incuriosito dai discorsi sconci dei compagni di classe, si era deciso ad imparare qualcosa sull’argomento. Un giorno che si trovava da solo in casa scrisse una di quelle oscure parole su Google e da quel momento la sua vita cambiò: inizio a studiare meno e ad avere le borse perennemente sotto gli occhi. Così mentre ognuno pensava agli affari propri, lui pensò al proprio affare e iniziò a stuzzicarlo delicatamente, senza gesti bruschi che avrebbero potuto renderlo lo zimbello della classe.

Il primo ad accorgersi che qualcosa non andava fu il ragazzo tarchiato e brufoloso della fila a destra, la cui gloriosa cerbottana fallì un facile colpo a causa di un movimento del banco. Era iroso, non poteva sbagliare un tiro, solo quello sapeva fare: disturbare gli altri in ogni modo e fare il verso a chi parlava, era il suo modo di farsi notare, di sentirsi vivo. Ognuno gioca le carte che ha a disposizione, se son state mescolate male, beh, amen. In seguito tutto si fece più confuso, prima un tonfo sordo fu avvertito da tutti, poi sembrò che qualcuno martellasse il pavimento ed infine tutto tremò e fu chiaro che quello era un terremoto.

Mezz’ora dopo il terremoto era solo un ricordo. Un pò di paura, certo, ma anche tanta gratitudine per aver consentito a tutti di fare ritorno a casa. Mentre tornava a casa, il piccoletto dell’ultima fila pensò che c’era sempre qualcosa da imparare. Lui, ad esempio, quel giorno aveva imparato cos’era un coito interrotto. Grazie al terremoto.

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Gianni si sveglia alle otto come ogni giorno, sbadiglia, con la mano si gratta la testa e poi fa scendere il palmo sulla mascella, dove accarezza la lieve peluria della barba di prima mattina. Stira le braccia emettendo un timido ruggito, sbadiglia un’altra volta e fissa i frammenti di luce che penetrano dalla tapparella. Si stropiccia gli occhi con i pugni, scosta le coperte con un gesto netto e appoggia i piedi sul pavimento, poi fissa per dieci secondi le ciabatte ed infine, con sforzo da non sottovalutare, si erge in tutto il suo metro e ottanta di statura. Dopo aver inarcato all’indietro la schiena procede verso la cucina e sbadiglia una terza volta. Prepara la moka, mangia una merendina e assapora con le narici l’odore del caffè che gorgoglia nella caffettiera. Gianni ha quarantadue anni, ma gli sembrano ancora pochi. Anzi, mentre scosta le labbra dalla tazzina di caffè ancora troppo caldo, pensa che tutto sommato la vita vera, che cosa poi sia non lo saprebbe di preciso nemmeno lui, deve ancora cominciare. Come ogni mattina si raserà, si metterà l’abito, l’unico che possiede, annoderà la cravatta al suo magro collo, saluterà la casa da cui presto sarà sfrattato e si riverserà per le vie della città, quelle più trafficate di pedoni. Gianni ormai in città lo conoscono tutti, ti si avvicina con un sorriso sornione e ti chiede se gli puoi prestare qualcosa, tanto mi conosci, sono sempre in giro, domani te li ridò, mi servono per comprare il pane e il sugo, no la pasta quella ce l’ho grazie a Dio, dè hai visto che tempo di merda? mah dove andremo a finire, fortuna la salute non manca e se c’è quella c’è tutto. Gianni pulisce con metodo la lametta da barba e la posa nel suo contenitore, sparge il dopobarba sulla pelle, ravviva i capelli con il pettine e si profuma. Torna nella stanza, apre l’armadio e ne estrae l’omino con l’abito. Vestito, torna in bagno per vedere se tutto è a posto. Ma non è tutto a posto, il colletto ha una piccola macchia beige sull’orlo, si una macchiolina piccola, ma pur sempre una macchia. Gianni sbuffa, ma senza rabbia, c’è poco da fare, non se ne era accorto, inutile ora prendersela con chissacchi. Allora si sveste, ripone il vestito nell’armadio e lascia la camicia fuori. Nel pomeriggio, quando la signora che abita nell’appartamento di fianco al suo tornerà in casa, gli chiederà se gentilmente puo smacchiargli la camicia. Ci vuole un certo ritegno, altrimenti si viene scambiati per barboni, pensa Gianni mentre si infila di nuovo sotto le coperte. Oggi la città dovrà fare a meno di lui.

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