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Posts Tagged ‘pink floyd’

“Troppo cerebrali”. Così mi fu sentenziato. Avevo tredici anni e la musicassetta di “Live in London 1971” dei Pink Floyd in mano. Ricordo che me la rigirai più volte tra le mani, cercando di ribattere, esporre un punto di vista alternativo che non avevo perchè io, quella musicassetta, non l’avevo mai ascoltata. L’avevo rinvenuta in qualche meandro della casa, scartata da genitori che la trovarono in chissà quale rivista e non erano in grado di apprezzarne il contenuto. Quando la vidi non mi colse nemmeno per un attimo l’idea di ascoltarla, bensì da subito pensai di utilizzarla per far colpo su amici che avevo decretato sapere più di me su tutto. Fu una bocciatura. Quelli ascoltavano metal, punto e basta. La mia ignoranza ed il mio senso di inferiorità me lo nascondevano, ma quelli erano e sarebbero rimasti limitati a quello e poco più. Ma allora ci rimasi male, male come quando si ripongono speranze in qualcosa che siamo sicuri migliorerà il nostro status ed invece tutto cade. Cadono i castelli, privi di fondamenta, cadono le nostre convinzioni di elevarci se prive di una base di personalità. Tuttavia, come son solito fare tutt’ora, quell’oggetto rifiutato da altri, divenne mio, si stabilì un legame cameratesco, un tipo di affetto che si può avere solamente con chi ci sta vicino a chiamata, senza morale e senza parole. Fu così che, rimasto solo, più per rispetto per quell’oggetto da tutti rinnegato che per curiosità, ascoltai. Non l’avrei mai fatto se la reazione degli amici fosse stata diversa e la musicassetta avrebbe continuato il suo invisibile percorso. Non so se avessero mai ascoltato i Pink Floyd o se avessero captato quella frase altrove, ma avevano ragione: i Pink Floyd sono troppo cerebrali. Come me. Ovunque voi siate, vi dedico questa canzone tratta da quell’album. Per me rimane la più bella canzone d’amore (insieme a “God only knows” dei Beach Boys e “Il cielo in una stanza” di Paoli, a dir il vero).

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Quando ero uno scolaro ricordo che i miei insegnanti usavano delle regoline per aiutare noi bambini a memorizzare ed utilizzare la grande quantità di nozioni che ci venivano propinate. Tutto diveniva più smplice e automatico con l’esempio chiarificatore da utilizzare in ogni occasione. Ecco che, mentre si coltivavano futuri attacchi di panico sterminando i neuroni in analisi logiche su frasi stupidissime del tipo “Marco ha lavato il cane, benchè non sapesse che il papà lo aveva già lavato”, uno dei maggiori patemi d’animo subentrava quando la frase idiota conteneva un bel verbone terminante con -esse, -ei. A quell’età solamente i più maturi bestemmiano, gli altri vorrebbero la madre vicino, altri ancora vanno a catechismo e allora stipulano contratti last minute col buon Dio (ai tempi mi giocavo solamente le ultime due). Fatto sta che congiuntivi e condizionali non godono di grande stima tra gli alunni. Gli insegnanti intervengono allora con la regolina del “se”: è condizionale quando l’azione dipende da una determinata condizione, “lavorerei, se potessi” (tanto per stare sul personale).

Il condizionale è il verbo dei rimpianti, della malinconia, ma soprattutto delle incazzature, perchè rimpianto e malinconia sottendono sempre un pò di testicoli girati. Mettiamo, ad esempio, che voi vi sentiate tristi perchè vi manca il vostro gattino, da poco passato a miglior vita a causa di un incontro ravvicinato con un prodotto Michelin. Direste, riferito a quello che considerate l’assassino del vostro povero e anche un pò stupido gatto, “se tu ti ammalassi, non correrei a pregare a Lourdes per te”, il che lascia trasparire un pò di astio nei suoi confronti. Oppure, se state rimpiangendo i bei tempi in cui scorrazzavate con la vostra cabrio per le vie del centro pensando di accrescere la stima degli altri nei vostri confronti, magari vi sorgerebbe spontaneo dire “se invece di fermare i poveretti con 2,2 di etilometro sgominassero il clan dei casalesi, ora avrei ancora la patente”. Insomma, quando si parte con i condizionali, è meglio alzare i tacchi e andarsene, tanto non ne verrà niente di buono. Pensate al povero figlio di Rudyard Kipling, che per essere considerato uomo da cotanto padre, avrebbe dovuto seguire i circa tredici precetti presenti nella poesia “Se” (http://it.wikipedia.org/wiki/Se_(poesia)), alcuni dei quali raggiungibili solamente dal Buddha e pochi altri eletti. E se non credete a me, sarete più propensi a credere ai Pink Floyd. Ecco uno stralcio di If, la canzone del condizionale per eccellenza: “Se fossi un cigno, me ne sarei andato / Se fossi un treno, sarei di nuovo in ritardo / E se fossi un brav’uomo, / parlerei con te / più spesso di quanto faccio.” Caro Roger, il cigno ed il treno te li sogni, ma per quanto riguarda il brav’uomo fai ancora in tempo, basta sostituire il condizionale con il futuro.

Comunque, se avessi di meglio da fare, non scriverei queste cose.

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