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Posts Tagged ‘giovani’

Laura corse verso l’auto con il movimento ritmato e altisonante che hanno le donne con i tacchi. Partì velocemente, era in ritardo mostruoso, ma ebbe subito la prova che non era giornata: un camion blu con la scritta NGT in bianco passò davanti a lei all’incrocio. Per un nonnulla, merda, sarebbero bastati un paio di secondi e lo avrebbe anticipato. Aveva ormai perso ogni speranza di timbrare il cartellino in orario. Ferma al semaforo, non potè far altro che disperarsi. Pensò che sola, con il bambino e suo marito sempre via per lavoro, non ce la poteva fare. Imprecò picchiando con la mano destra sul volante. Guardò in alto verso il viadotto ferroviario: un treno era appena partito dalla vicina stazione di Parma. Su quel treno Mattia stava osservando le macchine in sosta al semaforo. Beati loro, pensò. Loro un lavoro ce l’avevano, mentre lui cercava qualcosa, qualunque cosa, ormai da alcuni mesi. Ed ora eccolo qui, alla disperata ricerca di una speranza in quel di Bologna. Non c’era un posto libero su quel treno. Guardò la donna seduta di fronte a lui. Puntualmente, come avesse un sensore, ogni volta si soffermava su di lei, alzava anch’essa gli occhi come a dire: che c’è da guardare? La cosa infastidì Mattia. Aveva pure dimenticato di comprare il giornale, che palle. Il treno entrò in stazione a Reggio Emilia. Un ubriacone stravaccava su una panchina. Pensò che il sabato successivo avrebbe preso anche lui una sbornia. E per l’ennesima volta guardò la donna e la donna lo guardò a sua volta. Lo stridore dei freni del treno lo risvegliò dal torpore dell’alcool. Non ce la faceva davvero più a stare sveglio, la sbornia se ne era andata e gli aveva scippato tutte le forze. Ogni volta sbadigliava gli sembrava di emettere un pezzo d’anima. Era svuotato. Vide che due poliziotti lo avevano adocchiato e decise di prevenire la spiacevole visita. Si alzò e sentì tutta la pesantezza della notte trascorsa. Vita di merda, pensò. Se pensano che starò qui ad aspettare di vedere le loro brutte facce, si sbagliano di brutto. Che si buttino sotto un treno. Uscì dalla stazione e si diresse verso il prospiciente parco. Vide solo la panchina oltre la strada e un vecchietto che, già lo sapeva, gliela avrebbe rubata. Pensionato del cazzo, gliela doveva fottere per forza. Nel frattempo Michele, con il suo camioncino, notò un uomo attraversare goffamente la strada davanti a lui. Fu costretto a inchiodare con decisione per non stenderlo. Lo insultò pesantemente, ma quell’uomo, visibilmente ubriaco, non lo considerò neppure. Lo vide dirigersi verso una panchina ed osservare, inebetito, un anziano appena sedutosi sulla stessa. Feccia. Parassiti, approfittatori, esseri inutili e quasi tutti stranieri. Non ne poteva più di questi abdullà sempre ubriachi, capaci solo di rubare e mai di lavorare, protetti da stupidi italiani che invece di pensare a casa propria aiutavano persone che erano in grado da sole di badare ai propri interessi. Meglio non pensarci. Alzò la radio. Bella questa. Si mise a canticchiare mentre imboccava l’autostrada. Continuò a cantare, imprecare contro altri e contro il dj per lungo tempo. Decise di fermarsi all’autogrill vicino Mantova. Ci lavorava una barista rumena, gran topa. Gli lasciò il parcheggio un’auto in procinto di andarsene. Luca ripartì. Non vedeva l’ora di arrivare a Trento. Non amava la guida in autostrada, odiava l’idea di dover proseguire sempre diritto, la considerava una costrizione da cui non poter fuggire. Sempre avanti, non un passo indietro. Ma lui avrebbe voluto fermarsi, ogni tanto. Invece la sua vita era l’esatto contrario: sempre correre su e giù per l’Italia. Luca, dovresti andare a Modena domani, Luca, a Spezia sollecitano, Luca, Luca…. eccheccazzo. Luca. Pur di non assumere nessuno lo costringevano a turni massacranti senza l’ombra di un centesimo di straordinario. Bastardi. Avanti così e avrebbe pure rovinato il suo rapporto. Ecco, quel coglione li se la passa bene, mica io. Aveva visto Simone, 23 anni, di Rovereto. Se ne stava sdraiato sul cofano della macchina, occhiali da sole, a godersi quel caldo sole autunnale. Era il suo hobby: fumare joint al bordo dell’autostrada, con i sensi intorpiditi dal fumo, mentre le macchine schizzavano vicino e lo spostamento d’aria faceva dondolare la sua auto cullandolo. Non faceva nulla, quelli come lui erano chiamati Neet e Simona lo sapeva, perchè non era stupido. Lo diceva sempre la prof: è intelligente, ma non si impegna. E’ intelligente E non si impegna, pensò Simone mentre si levò dal cofano dell’auto. Una volta in piedi si stiracchiò verso l’autostrada. Un camion blu con la scritta NGT passò davanti a lui.

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C’era una volta un novello fantasma che, di poco uscito dall’accademia delle anime erranti dove gli era stato conferito il lenzuolo bianco, decise di cercare un’occupazione. Ora, dovete sapere che pure nell’aldilà la meritocrazia è un concetto ancora da venire e i posti migliori (ad esempio fantasma formaggino, ghostwriter, gol fantasma, fantasma del film Ghost ecc.) erano già occupati da chi aveva amicizie molto in alto come il gran faccendiere fantasma di Canterville. Ma il nostro neofantasmino conosceva appena appena gli spiriti del bancone del bar e fin da subito dovette arrabattarsi con quel che trovava. Iniziò una ricerca spasmodica, castello per castello, palazzo per antica dimora, ma si trovava sempre di fronte trasparenti segretarie, nemmeno stimolanti zone che più non aveva, che gli ripetevano la stessa frase: “Attenda, le faremo sapere qualcosa, prima o poi.” Attenda. Si fa presto a dire attenda ad un fantasma, ma questo può attendere pure per l’eternità! Un giorno trovò lavoro in un albergo abbandonato. Era al settimo cielo, pagò pure da bere agli spiriti del bancone, sebbene avesse avuto sangue genovese e scozzese nella sua precedente vita. Iniziò con smania, ma il lavoro era veramente pessimo: niente persone vive da spaventare, tutto ciò che doveva fare era raccogliere le lenzuola sporche dei ricchi fantasmi che andavano a svernare in quell’albergo. A parte conoscere la natura sporcacciona dei suoi pari, il sottopagato fantasma non aveva nulla da imparare in quel posto. Trovò in una fabbrica di gadget per Halloween, ma le cose non migliorarono: il capo era un fantasma viscido con tanto di lenzuolo di seta che aveva occhi solo per la segretaria, femmina lasciva con lenzuolo cortissimo in modo da far vedere tutta l’anima, ignobile spirito di una falsità incredibile testimoniata dalla presenza dei fori facciali sia nella parte anteriore sia in quella posteriore del lenzuolo. L’invereconda donna lo detestava e tanto fece che riuscì a farlo licenziare. Il povero fantasmino non trovò più nulla e si dannò l’anima, cosa alquanto pericolosa per un fantasma. Non cercava più lavoro, passava le giornate al bancone e, trascurandosi, non si accorgeva nemmeno che il suo lenzuolo si stava ingrigendo. Poi un giorno ebbe un’intuizione, prese due sfaccendati spiriti del bancone e li portò con sé in un  paese abbandonato da tutti, viventi e non. Iniziarono a fabbricare lenzuoli a mano, spiriti (questa volta intendiamo alcolici) fatti in casa, zucche intagliate ed altra oggettistica che a noi viventi dice poco, ma per i fantasmi sono cianfrusaglie di una certa importanza. Insomma i tre si arrangiavano, certo non arricchivano, ma per lo meno sopravvivevano e avevano ridato vita (si fa per dire…) ad un vecchio borgo abbandonato. Ma il nostro evanescente amico aveva altro in mente, non poteva dimenticare le disavventure passate e allora decise di fare il fantasma a tempo perso e a modo suo. Un giorno, che sarebbe l’equivalente di “una notte” in una favola per viventi, il fantasma tutto intabarrato si recò in città per sbugiardare chi doveva pensare al lavoro dei fantasmi ed invece faceva tutt’altro per non dire nulla. Fu così che la notte dopo i fantasmi si svegliarono con diverse sorprese: c’erano cartelli appesi alle agenzie del lavoro con scritto “Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate”, un grande scritta all’entrata del Centro per l’impiego diceva “L’ozio nobilita l’uomo”, mentre molti politici si trovarono il lenzuolo imbrattato con la frase “L’insopportabile fatica di non far nulla”. Ne nacque un caso, si parlò di terrorismo 2.0, eroe dei nostri tempi, lo si descrisse come genio e come fanafarone che non voleva abbassarsi a fare non si sa bene che lavoro, si scomodarono figure come Ned Ludd, Guy Fawkes, Che Guevara e pure il buon Gesù, i più arditi. Si fecero leggi ad personam, si scrisse molto. Ne rimase sconvolto e decise di lasciare un’ultima scritta: “Non avete capito una fava. Stronzi tutti.” Non sappiamo come la prese l’aldilà 2.0, perchè il nostro si ritirò nel suo paesello e visse, o meglio vagò nelle tenebre, se non felice e contento, per lo meno occupato.

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Se fossi Woody Allen direi: Dio è morto (who?), l’Italia è a pezzi e io pure peggio di lei. Già, di questi tempi abbiamo molte similitudini io e lo stivale. Lui però, lo stivale intendo, mi ha fregato, i tempi belli se li è goduti quando non c’ero e se c’ero non ragionavo ancora e a me ha lasciato, diciamocelo pure, uno scarpone marcio e disfatto. Macerie nella mia terra, disoccupazione ovunque ed io autoesiliatomi con la superficialità di chi non vuol sapere e non vuole credere che per alcuni l’eldorado non è ancora stato inventato. E magari, con la coda tra le gambe, presto dovrò tornare come un figliol prodigo, ma senza vitelli e banchetti ad attendermi, perchè chi perde non ha diritto ad ovazioni.  Ma c’è qualcosa che non si nega a nessuno, sebbene, come disse Abatantuono in una leggendaria sequenza di gerundi nel film Mediterraneo, chi vive di essa muore sopra un water. Speranza, questa non è dato torglierla a nessun terremoto, a nessun banchiere e a nessun avido, stramaledetto selezionatore di personale. Mi è ritornato alla mente una sequenza di questo bellissimo film, Philadelphia. Il protagonista, malato di aids, sa che dovrà morire a breve e si lascia trasportare dalla voce della Callas nell’opera Andrea Chenier di Giordano, dove ella rappresenta una donna che vede la casa dove era nata e viveva distrutta dalle fiamme. E’ a pezzi, ma dal dolore e dall’angoscia nasce la flebile e incorruttibile fiamma della speranza. Vi lascio godere questa memorabile scena e, per chi abbia avuto la volontà di raggiungere questa riga, scusate per lo sfogo e grazie mille.

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Tedio domenicale, ovvero svegliarsi la domenica a mezzogiorno e non sapere come occupare le ore per arrivare a sera. Nel caso dei nostri due eroi il giorno del riposo divino consiste in: cena a testa rigorosamente abbassata per non incrociare gli occhi indagatori dei genitori, fuga dal tavolo dopo dieci minuti e tuffo nel letto per allentare l’insostenibile pesantezza del capo, furtiva uscita con tanto di ciao vado a mezzo secondo dalla chiusura del portone di casa. Sperando in un freddo vento  dall’effetto ricostituente, i due si dirigono come ogni domenica al bar, dove berranno qualche morettina come anestetico e sfotteranno i vecchi che bestemmiano guardando le partite in tv. Errata corrige, niente partite oggi e nessun avventore al bar, unica presenza il barista stesso, la cui goliardica personalità è da molti paesani paragonata ad un trattopen nel retrobottega. Il moro (uno è moro e l’altro biondo) fa allora presente che la domenica di per sè è la peggio giornata che Cristo ha voluto sulla terra e quindi di veder quella brutta faccia non gli andava proprio, tanto più che l’indomani doveva rivedere quell’altro bel tomino del suo capo ed allora che si prenda la macchina e la si lasci correre verso i monti.

La macchina sale non senza fatica, mentre attorno il grigio paesaggio invernale, con i suoi mucchietti di neve ghiacciata ai lati delle strada e le case solitarie abitate da solitarie vecchine spegne lo spirito di osservazione del biondo, seduto sul lato passeggero con l’espressione inetta di chi non cerca nulla con lo sguardo. Il moro è stufo di guidare, ha visto un’osteria e vuole fermarsi a bere e a mangiare qualcosa, così magari gli passerà il mal di stomaco. Ora, una volta scesi, il biondo, che, nonostante il domenicale viso sfuggente,  è più riflessivo, dice che più che un osteria gli sembra una porcilaia e solo dei disadattati come loro possono finire in un posto del genere. Ma tant’è, il moro è già entrato e ha chiamato a gran voce l’oste, di cui non c’è traccia. Il biondo dice che tutto sommato nessuno li ha visti e un bel dietrofront gli sembra la scelta migliore, perchè questo posto puzza di merda e di piscio e il proprietario deve essere non demodè, ma cavernicolo proprio. Insomma, insiste il biondo, niente davvero è lasciato al bello, quasi che per un strana confessione religiosa si sia deciso di eliminare tutto ciò che infonde piacere all’animo e sostituirlo con rifiuti umani e di chissà che altro. C’è poco da fare, il moro finge di non ascoltare per non ammettere nemmeno a se stesso la paternità dell’infausta idea. Oste. Oste. Niente. Boh. Quando il biondo sta per prendere in mano la situazione, un grido di spavento lo fa sobbalzare e girarsi verso l’amico impaurito. E’ successo che una gallina, attirata da un chicco, si è avvicinata lemme lemme con tanto di movimento ondulare della testa al piede del moro, dove era situato il chicco e pensando di non recare disturbo aveva iniziato a beccare il piede del malcapitato, il quale era forse entrato in trance durante la spasmodica attesa dell’oste. Offeso nell’orgoglio dalla propria inusitata reazione, il moro si gira e rifila un destro stile pallonetto alla rotonda gallina, a cui tocca la poco ambita parte del pallone, per la verità non migliore di quella che il moro riserva al buon Dio. Il biondo, più sensibile alle rivendicazioni di uguaglianza e parità degli animali, protesta per il gesto eccessivo, ma è ben poca cosa in confronto alla veemente rivolta del cane, uscito a spron battuto da una stanza buia e pronto a difendere l’onore avicolo. Il biondo, non minacciato dal ringhio selvaggio in quanto innocente, constata con cinismo uno stato di disordine e scarsa igiene in Rin tin tin, nonchè la presenza di così tante e affollate colonie di parassiti da far invidia alla riviera romagnola. Ma il can can è fermato da una sontuosa bestemmia. La voce del padrone, il ricordo di sonore bastonate. L’oste. Come Beckembauer, quando si mette male, arriva lui e spazza via tutto e tutti, italiani e inglesi, cani e galline.

 

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