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Posts Tagged ‘Dante Alighieri’

“Nave senza nocchiero in gran tempesta.” Pure il compianto Dante Alighieri è stato scomodato per trovare un ponte tra la tragedia del Giglio e la situazione italiana. Una tempesta di metafore si è abbattuta su stampa cartacea e non, blog, pause pranzo e aperitivi. Vista l’oggettiva impossibilità di fondare un partito di innocentisti, gli italiani hanno sfogato il loro atavico bisogno di ripartirsi in due fazioni (Dante lo può spiegare) dividendosi tra comandanti e cassandre. I primi in una settimana (anche meno i più svelti) hanno imparato a memoria il codice di navigazione, gli altri si sono abbandonati a metafore, similitudini e oscuri presagi sul futuro della penisola. La prassi è sempre quella: prima ne parlano i tg, poi i giornali, e infine, non necessariamente in quest’ordine, cittadini, blog, programmi spazzatura. Insomma, per farla breve, non si può più andare a bere una birra al bar, senza imbattersi in discussioni su nodi e virate a poppa tra aspiranti Nelson a tempo determinato. E va be, ci sono abituato. Ma almeno una parola concedetemela: tra tante iperboli, possibile nessuno o quasi abbia affiancato la tragedia del Tirreno con le tragedie del canale di Sicilia? Già, quei barconi improponibili dove i comandanti sanno essere ben più cinici di Schettino, dove gli occupanti spendono anche più dei crocieristi, ma non hanno né bagno, né cabina, né ristoranti etnici, né tanto meno animazione. Non si vuole fare buonismo spicciolo, ma almeno un pensiero, in tanta cialtroneria, c’è chi lo merita. E allora lasciamo perdere i paragoni, che comunque ci stavano quasi tutti e diciamola come Orwell: “tutti i naufraghi sono uguali, ma alcuni naufraghi sono più uguali degli altri.”

L’immagine è di Mauro Biani, http://maurobiani.it/wp-content/uploads/2012/01/migranti-affondamenti.jpg

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-Pà -Eh -Pà -Oh -Pà -Si però parla, sennò rimandiamo tutto alle calende greche -Cosa sono le calende greche, pà? -Sono… sono… i calendari dei greci. So una mazza, pensò il padre, di cosa sono le calende greche, non si può sapere il significato di tutto ciò che si dice. L’ho sentito dire, ho capito che c’entrava con il tempo, le cose che si rimandano, più o meno. Ma tu vaglielo a spiegare. -Pà -Si -Perchè le mucche mangiano l’erba? -Boh, perchè è buona. E’ come la cioccolata per te. E poi, avrebbe voluto aggiungere, perchè non sanno che fumarla è meglio. Mancavano dieci chilometri a casa e il buon padre pensò che avanti di questo passo, considerando una domanda ogni quindici secondi, avrebbe dovuto inventarsi almeno cinquanta risposte. Alzò il volume della radio. -Pà, metti il cd che mi hai regalato a Natale. -No, c’è la partita. -E dai, pà. -No, non so nemmeno dove sia. -E’ nel cruscotto. -L’ho tolto. -Ma… -E stai un pò fermo cazzo! Ecco, aveva esagerato. Ora il bambino avrebbe fatto il broncio e come minimo avrebbe riportato tutto alla madre. -Dai, alla fine del primo tempo lo mettiamo su. Ma il bambino continuava nella sua protesta non violenta. Va be, in fondo dallo stadio non arrivava nulla di interessante. Mise su il cd e l’umore del bambino volse al meglio. Ma il peggio per il padre doveva ancora venire. -Pà -Si -Oggi abbiamo parlato della guerra. Secondo te, perchè si fa la guerra? Ecco, ma si, poi magari chiediamoci anche perchè Dio non interviene, o perchè la terra non gira al contrario, o perchè le cicogne portano sempre meno bambini. Ma per chi mi ha preso, pensò, mica son Socrate. -Perchè non si va d’accordo. Tipo ogni tanto te e mamma? Si, tipo che se ti fai i cazzi tuoi è meglio. -No, io e la mamma può capitare che abbiamo vedute diverse… beh si, tipo io e la mamma. -Ma la guerra allora finisce che uno sbatte la porta di casa? Si, e quello è sempre il più coglione. -Più o meno si. -Pà -Eh -Perchè non andiamo a Eurodisney? Maledetti cartelloni e dannata pubblicità. Ma dove vuoi che vada con mille e cento euro al mese? -Appena abbiamo i soldi. -Perchè non li chiedi a qualcuno? -Si e a chi? -Boh, alla banca. -Eeeh? -Le banche sono brave. Alla tv dicono sempre che le costruiscono attorno a te. Si, esatto, costruiscono un bel muro alto, ma alto davvero e pieno di depliant sgargianti, commesse vestite da odalische e tante belle cose. E tu riempi, riempi fino a che ne hai. Poi un bel dì, quando non hai più niente da mettere, iniziano a riempire loro, ma con tanta merda, così tanta che rischi di affogarci dentro. -Lascia stare le banche, un giorno capirai. -Finisce sempre così. -Come? -Che un giorno capirò. Un giorno, sempre un giorno, ma quando? Come dargli torto. Uno viene concepito senza che nessuno glielo chieda, viene tirato fuori a forza dalla pancia della madre dove stava così bene e appena vede il mondo piange e per fortuna non sa ancora parlare, altrimenti ostetriche e ginecologi sarebbero tra i mestieri più degradanti dell’umanità. Ma se per caso il mal capitato è di buon umore e decide di prenderla con filosofia, si prende una pacca nel didietro, affinchè pianga non tanto per il dolore, quanto per l’umiliazione per l’ingiustizia subita. E poi cresce e inizia a non capire e allora chiede, chiede di continuo, all’infinito, mentre chi gli sta attorno ha altro a cui pensare e spesso, nonostante di anni sulla gobba ne ha messi tanti, non ha ancora trovato una risposta a tante domande. Come non bastasse, ragiona al contrario di come va il mondo, non capisce che tutto è denaro e non tutti hanno lo stesso denaro, non può credere che persone che vivono accanto a lui hanno possibilità diverse. E un povero genitore lo deve abituare a vedere con occhi diversi, lo deve smaliziare, preparare a comportarsi al peggio, un pò come insegnare ad un animale vegetariano ad uccidere per gioco. Ci vorrebbero più energie, volontà, più tempo e soprattutto una grande motivazione, ma è così difficile mantenere inalterata anche una sola di queste qualità per lungo tempo. Bisognerebbe fare di più, insomma, ma la vita stanca. -Non ti preoccupare, poi capirai. Ecco, tanti bei pensieri e poi la risposta il più banale possibile. La macchina accosta vicino casa, padre e figlio scendono e si recano in casa. -Pà -Si -Il mio compagno di classe mi ha chiesto perchè io non ho ancora l’iphone. Il padre distolse lo sguardo, perchè quando si inventa, soprattutto con i bambini, è meglio non concedere gli occhi. Lo sguardo si posò sulla Divina Commedia. Rimembrò una frase che alle superiori lo aveva fatto molto ridere, perchè gli sembrava senza alcun senso. Ora, però, come una folgorazione, nell’attimo in cui gli tornò alla mente, la capì. -Digli così: Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare. Doveva essere un grande comunicatore con i figli, quel Dante.

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Se capitate nei bar che si susseguono tra Pontremoli ed Aulla lungo la statale della Cisa non vi riuscirà difficile imbattervi in una cartina bidimensionale della Lunigiana (si, esattamente come questa sopra. Ovviamente intendo la parte alta, sotto è Lunigiana per modo di dire). Bene, osservatene le forme e tendete a smussarne le irregolarità, stilizzarne i lineamenti eccessivi: la Lunigiana è una grossa padella. Nella padella versiamo l’olio e vediamo come questo tende a raggrupparsi verso il basso in modo irregolare. Nella val di Magra tutto tende ad andare verso il basso, l’acqua che crea alluvioni, la gente che abbandona le montagne, gli animali selvatici che cercano cibo. Circondata, ovattata, incoronata da catene montuose non certo impervie, ma comunque abbastanza autoritarie da creare un biosistema ordinato e separato, la Lunigiana è stata sempre e solo terra di passaggio. Si dice che vi passò Annibale con i suoi elefanti diretto a Roma, il re Teia con i suoi Visigoti di ritorno dal saccheggio di Roma. Di sicuro ci passò Carlo VIII e almeno lui una traccia la lasciò, un cumulo di macerie fumanti col nome di Pontremoli. Neppure i romani trovarono alcunché di interessante se non strane statue di sasso di personaggi con la testa a mezzaluna capovolta, sproporzionata rispetto al corpo piatto e rettangolare. Decisero di costruire una città vicino al mare, perché loro, eredi della cultura greca, con quei montanari mangia castagne non volevano avere a che fare. L’unico che sembrò avere un’impressione positiva fu Dante, adottato dai Malaspina di Mulazzo, che però sappiamo essere un gran ruffiano, nonché un profugo che non aveva molta scelta se non leccare il mecenate di turno e mandare a porta inferi chi gli stava sulle cosiddette. Ben gliene colse ai Malaspina, che guadagnarono un posto in Purgatorio, non male di quei tempi. Poi un giorno arrivarono il Piemonte e la ferrovia, fecero due calcoli e decisero che era meglio esportare che importare e allora la terra di Luni si svuotò dell’unica materia prima che aveva: le braccia.

Pier Vittorio Tondelli diceva in Autobahn: “L’autobrennero di Carpi, Modena, è l’autobahn più meravigliosa che c’è, perché se ti metti lassù e hai soldi e tempo in una giornata intera e anche meno esci sul mare del nord, diciamo Amsterdam, tutto senza fare una sola curva, entri a Carpi ed esci lassù.” Se avete fatto l’ Autocisa mi darete ragione che questa descrizione con la Lunigiana non centra un fico secco. Qui da una parte c’è Parma e dall’altra c’è Spezia, non la si percorre per ritrovarsi fumati tra lussuriose vetrina, ma per lavorare in prosciuttifici, cantieri navali, o per studiare in quella little Lunigiana che è Parma.

Il lunigianese ha subito tre grandi influenze dalle tre zone confinanti: il carattere chiuso (diciam di merda?) dei liguri, la blasfema volgarità dei toscani e la megalomania degli emiliani. Il lunigianese uccide più cinghiali di te, prende più funghi, ti parla dopo che ti ha visto almeno tre volte e condisce tutto con una smisurata preghiera a Dio e chi per lui. Sono sparsi per il mondo come i napoletani, ma stanno bene tra loro perché riconoscono chi è stato battezzato nel Giordano, che da queste parti prende il nome di Magra.

Buono di cuore, lavoratore, bevitore, il Lunigianese è sempre  un po’ critico con la propria terra. Si lamenta che non offre nulla ma è come un cane affezionato al proprio osso striminzito e sporco, che non molla manco per la scapola di un mammuth. Un proverbio popolare dice che Dante lasciò Mulazzo dicendo: “Mulazzo, mulo ti prendo, mulo ti lascio.” Non è vero, è una cattiveria inutile. Al massimo avrebbe spedito tutti all’inferno.

Come Bianciardi paragonò la sua Grosseto al Kansas, anch’io ardisco un paragone. La butto lì: Irlanda. Motivi: svuotata dalla fame, verde, isolata, terra di bevitori che sputano sulla terra dove andranno sotto terra, citando Capossela. Se mancano i santi, la colpa è dei toscani. Per quanto riguarda i suonatori ci stiamo attrezzando: abbiamo Bugelli e Zucchero risiede a Pontremoli. Si lo so, il paragone fatica a reggere, ma  io non la sopporto la gente che non sogna. Fuoco alla padella, facciamo schizzare l’olio sulle pareti dei monti, svegliamo quelle teste di sasso dallo sguardo ebete e avvisiamoli che tra qualche mese il mondo finisce, che magari tra l’altro loro ne sanno qualcosa di più perché tra primitivi un po’ ci si intende. Friggiamo dunque il nostro soffritto di cipolle, sagre estive e selvagina e troviamo il coraggio di dire: fai pena ma ti voglio bene lo stesso. Davvero, non potrei fare a meno di te.

Lunigiana, ti amo ma ti odio però.

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