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Posts Tagged ‘Treno’

rosso

Il fischietto sibila e le porte, azionate da un qualche algoritmo di vecchia data, si serrano con un rumore deciso che ha in sé qualcosa di definitivo. Clang! Non si torna più indietro! Come il Mar Rosso, come il muro di Berlino, come la cortina di ferro. Poi tre toni in scala dal più alto al più basso e infine qualcosa, lì sotto, si muove. Il corpo asseconda il movimento ondeggiando dalle caviglie alla nuca. A pochi chilometri di distanza Giulio Cesare proferì la celebre “Alea iacta est”. Sono passati duemila anni e il dardo è di nuovo tratto, la freccia inizia la sua rutilante accelerazione verso l’altrove, il lontano, il domani, la realtà. Già, la realtà. Che non è quella di oggi e non è nemmeno quella di ieri, che non è queste ore passate insieme, ma è le ore che passeremo domani, dopodomani e il giorno dopo dopodomani. Ma forse no, forse la realtà è anche questa, forse il tutto comprende anche quelle ore avvinghiati, i tuoi capelli, le parole sussurrate e quelle gridate e le nostre risate. C’è un antidoto per tutto, qualcuno disse. Non so, forse aveva ragione. Fatto sta che fatico a paragonare quella maglietta rossa ad un antidoto, mi fa ridere, anzi. Ora potrei dirti qualsiasi cosa e tu difficilmente riusciresti a capirmi. Cosa? Non capisco! E l’indice puntato verso l’incolpevole orecchio. Eppure io avrei ancora tanto da dirti. Chissà perché le parole più belle, quelle più nette, arrivano quando i dardi con le ruote di ferro sono ormai tratti. Si, tranquilla, non mi sporgo troppo. Ecco, mi sono voltato un attimo per controllare di non incocciare davvero la testa contro un palo e ti ritrovo più piccola. Non vedo più i tuoi occhiali, scorgo la testa, si, ma ancora per poco. E poi vedo un braccio che si alza e si allarga e ogni tanto la mano si avvicina alla testa e quasi mi sembra che tu voglia fare il verso agli indiani. Si ride per non piangere, capisci. Sei una macchia rossa, ora. E io ti parlo, ti dico cose che appena pronunciate svolazzano via tra le case e la strada ferrata. Forse arriveranno al mare e questi te le allungherà nel letto insieme alla fresca brezza della sera. E’ rimasto un punto rosso. Una barra blu con il nome della città e un piccolo punto rosso. Il dardo con le ruote di ferro si piega sulla sua destra. La mia mano si chiude, l’indice accarezza il palmo della mano. Una carezza ruvida, la mano d’un tratto arida come quella di chi ha lavorato la terra per una vita intera. Guardo davanti a me: uno spicchio di mare all’imbrunire, una ruota panoramica, insegne di hotel incastonate ovunque. Chiudo il finestrino e mi adagio sul sedile. Nel mio scompartimento una ventina di persone. Davvero non mi capacito. Le guardo una ad una, si, mi alzo e osservo i miei compagni di viaggio e me ne infischio se sono a chiedersi quale strano disturbo affligga la mente di questo ragazzo. Guardo e penso che forse va di moda il rosso, quest’anno. O forse davvero aveva ragione quel tale a dire che c’è un antidoto per tutto. Ed io vedo punti rossi in ogni dove. Sorrido, anche se tendere il labbro inferiore mi fa un po’ male. Niente più hotel a dieci piani né ruote panoramiche, ma case basse e auto parcheggiate nei cortili. E tu, piccolo punto rosso, ormai fuori dalla stazione. Ma perché, poi? Perché non immaginarti ancora là, con il braccio alzato sotto il cartello blu con il nome della città. Più ci penso e più ci credo. Mi alzo di scatto, tiro giù il finestrino e sporgo la testa. Il vento, squarciato dal dardo dalle ruote di ferro, mi riempie di scopaccioni. Si, lo vedo: un piccolo punto rosso in fondo al buio. Avrà un gran da fare questa notte il mare a raccogliere la striscia di parole, risa e pensieri che il vento sparge dietro al dardo dalle ruote di ferro. Una lunga striscia rossa partita da un punto altrettanto rosso. Quasi una cometa.

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Che freddo. Non riusciva a pensare ad altro. Freddo, ansia, paura. Batteva i piedi e se li guardava, mentre tentava di nascondere il viso nella sciarpa. Poi alzava il capo ed espelleva fiato verso l’alto, creando una piccola ciminiera che si disperdeva nel freddo dopo pochi centimetri. Cercò di pensare ad altro, guardò la piccola stazione di campagna in cerca di qualsiasi cosa gli consentisse di deviare le energie psichiche. Tentò pure di concentrarsi sulla martellante campana che segnalava l’arrivo del treno, quasi fosse un ossessivo ed efficace mantra. L’ansia aumentava il freddo. Non c’è niente di meno protettivo del freddo. Il freddo rappresenta la solitudine, l’abbandono, la mancanza di protezione, mentre il caldo, pensò, è la sicurezza di una coperta, di una madre vicina. E lui ora era solo. E al freddo. E sarebbe potuto arrivare quell’uomo da un momento all’altro, mentre il treno non arrivava e non aveva nemmeno la maniacale consolazione di guardare continuamente nella direzione da cui sarebbe arrivato, perchè sapeva benissimo che finchè la campanella non si fosse spenta, il treno non sarebbe arrivato. Non c’era un’anima viva. Pensò che, tutto sommato, il suono della campanella gli teneva compagnia. Il treno o la campanella, ma non lasciatemi da solo.

Tlin. Ultimo colpo della campanella. Un ultimo rintocco che si perde nell’aere come un diapason.

Lontano, apparse una piccola luce. Si distrasse, finalmente. Il treno gli aveva fatto dimenticare freddo e paura e la sua mente vagò tra i ricordi cinematografici portandogli alla mente i treni del film “Il Dottor Zivago”. Tre luci, tre luci a triangolo poteva ora vedere. Si girò verso la stazione.

C’era un uomo. Quell’uomo. Il binario li separava. Due misere strisce di ferro.

Il diaframma si contrasse e il respiro morì in qualsiasi posto si trovasse in quel momento. Erano passati tre secondi da quella vista, ma già, ci avrebbe giurato, sentiva un rivolo di sudore percorrergli la spina dorsale e fermarsi nella zona del gluteo destro. Lo guardò. Era in un angolo buio, non si distingueva nulla.

Il treno si avvicinava. Fischiò. Una, due, forse tre volte, ma non ne era sicuro. Sferragliava, questo si. L’uomo tirò fuori la pistola, la puntò e disse “Addio”. Lui si sentì perduto. Pensò che era strano che tutto dovesse finire così. Si ricordò di quella frase secondo cui prima di morire si rivede la vita in un attimo. Non vide nulla del suo passato, vide solamente una pistola puntata verso il suo petto. Non si muoveva. Non sapeva dove andare e, comunque, era paralizzato.

Clic.

Lo sentì imprecare, bestemmiare. Non l’aveva mai visto perdere le staffe. Il treno era sempre più vicino, bastava poco, pochi metri e gli avrebbe chiuso la visuale di tiro. Ricominciò a respirare. Il ciclo vitale, sospeso per qualche secondo, aveva ripreso il suo corso. L’uomo frugava nelle tasche, alla fine estrasse un proiettile, ma cadde. Allora si gettò a terra e da li, sdraiato come un romano su un triclino, ricominciò l’operazione. Il treno frenava, le ganasce stringevano con la massima forza le rotaie. Il mondo intero sembrava sferragliare.

Cinque metri.

Lo vide inserire il proiettile.

Quattro metri.

Pensò che, dopo aver visto la salvezza insperata per qualche secondo, il baratro era tornato a stringergli la vita. Tutto si era capovolto di nuovo.

Tre metri.

L’uomo caricò l’arma. Non avrebbe potuto muovere nemmeno un millimetro del suo corpo, ormai.

Due metri.

Gli puntò la pistola verso il petto. Sentì l’epiglottide scendere verso la faringe, come volesse nascondersi, rattrappirsi in quel corpo che stava per abbandonare la vita.

Un metro.

Il grilletto era duro. Premette con l’indice con forza maggiore e il colpo partì. Un attimo prima del treno.

Come vide il lampo partire dalla pistola, capì che era perduto. L’istinto gli suggerì d’irrigidìre i muscoli, come a tentare, in un’ultima disperata mossa, di parare il colpo o renderlo almeno indolore. La morte sembrava non arrivare mai.

La morte non arrivò. Né l’uomo della pistola né tanto meno lui avevano pensato che quella locomotiva, piuttosto vecchia, aveva sul davanti i due respingenti, prolungamenti in ferro in grado di ammortizzare gli urti con il rotabile vicino. La pallottola, sfiorando uno di questi, aveva cambiato direzione. Poco, ma quanto bastava per passare tra la vita e il braccio destro.

Capì solamente dopo qualche secondo. Davanti a sè le porte del treno si aprirono, Erano le porte della libertà. Pensò a Mosè e capì come ci si sentiva davanti ad un mare che si apre per consentirti il passaggio. A te. Aveva il piede sinistro bagnato.

Si era fatto la pipì addosso.

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Essere figlio di un ferroviere significa, tra le altre cose e alcune di non poco conto come non pagare il biglietto fino alla veneranda età di venticinque sigh anni, significa, dicevo, essere svezzato allo stridore dei freni e a quell’odore inconfondibile di treni e rotaie che penetra nelle narici non appena l’occhio scorge un cartello blu con scritta bianca o una croce di Sant’Andrea con luce rossa incorporata. Lo riconosco ovunque quell’odore, i miei sensi ne sono attratti, gli organi preposti all’olfatto si tendono come corna di lumache, la mia mente scatena flash di oramai ancora sigh arcaiche vacanze con genitori, berretti con lo stemma FS, treni fischianti nelle notti insonni della prima adolescenza, perchè ogni ferroviere che si rispetti deve avere la sua casa vicino   alla stazione. L’ho riconosciuto, si l’ho riconosciuto pure qui, in quest’isola di macchine roboanti e autobus spericolati, barche silenziose e scafi inquietanti, Malta, caotico avamposto britannico tra l’Italia e l’Africa, che poi, in fondo, ormai non c’è nemmeno tanta differenza tra le due sponde e forse è meglio così. Malta, dove gli inglesi hanno imposto lingua e guida snob all’opposto del mondo intero, Malta, che dai padri della rivoluzione industriale non ha però preso il simbolo per eccellenza di quel cambiamento apocalittico avvenuto un paio di secoli or sono tra le brume di Sheffield e Northampton: la ferrovia. Niente treni, niente stazioni, niente inconfondibile odore di sferragliamento. Ma io, il mio atavico odore, l’ho portato con me, è qui anche ora, a due metri dalla postazione dove scrivo, è la mia valigia seminuova, comprata per l’occasione e mai utilizzata su alcun treno. Lo so, nemmeno io riuscivo a svelare l’arcano, ma poi l’illuminazione mi è arrivata guardando il mare all’orizzonte, con una Cisk in mano e tanta confusione (di altra natura) in testa. Ecco, me ne stavo proprio li sullo scoglio e mi vedo passare lontano un mercantile, uno di quei cargo strapieni di container, navi che sbucando dal Canale di Suez risalgono per queste rotte e raggiungono i grandi porti del nord con le loro merci Made in China. E proprio dalle invivibili città-industrie cinesi proviene la mia valigia! Ecco, pensai allora, dove ha preso quell’odore di ferraglia! I container! Pensando di aver scoperto chissà che cosa, ho finito in fretta la lattina e mi sono diretto a casa, dove, senza vergogna alcuna, ho abbracciato la mia valigia come fosse il cuscino di una cuccetta di un vagone letto. Bag, sweet bag.

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