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“B&B Dissolvenza” è una locanda immaginaria creata da me e il mio amico fotografo Franco Beccari (altri meravigliosi scatti di Franco li potete trovare nel suo profilo flickr) dove una narrazione accompagnata da una fotografia progressivamente scomparirà, lasciando a l’ospite il compito di immaginare l’antefatto e il prosieguo. Questa la quarta puntata.

Matteo

Quando ero in carne e ossa e avevo un castello a ripararmi da pioggia, acqua, vento e feci mi trovavo spesso a pensare al momento della mia dipartita. Al giorno d’oggi in codeste contrade si è perso l’uso della spada e pure delle moderne diavolerie atte a macellare cristiani e infedeli non mi pare di notare che sporadiche apparizioni da molti decenni a questa parte. Ai miei tempi, però, l’arma la si teneva in pugno ben più spesso del membro e quindi non era insolito, tra un assedio e una schermaglia, riflettere sull’ora tremenda. E visto che son morto assai vecchio per la moda del tempo, ho avuto molte lune per meditare il mio trapasso. Gli ultimi anni della mia vita, quando oramai l’armatura pareva un macigno e i figli mi avevano accantonato su un trono per potersi liberamente scannare tra loro, questi pensieri si erano fatti insistenti. Per tutta la vita avevo creduto che una alabarda piuttosto che un dardo avrebbero consegnato la mia gloria al buon Dio. Allora pensavo come i miei cavalieri avessero celebrato la dipartita del lor signore, come i nemici reso omaggio a cotanto avversario, come le damigelle innamorate si sarebbero prostrate lacrimanti nell’ora dell’addio al viril guerriero morto in eroiche circostanze.  Invece volle il destino che la mia barba si facesse bianca, le mie membra anchilosate e la mia mente libera da campi di battaglia. Al mio trono si prostravano leccapiedi di cui mi interessava assai poco e tanto meno mi pareva d’uopo immaginare come avessero reagito alla morte di quello che era oramai soltanto un vecchio. L’età longeva avrebbe annacquato la solennità della mia dipartita. Un vecchio che muore, per quanto Re ed eroe è pur sempre un vecchio, e la gente non piange o finge di piangere. E non si ferma nemmeno a ricordare, perché ha negli occhi la pelle raggrinzita, il capo canuto e il puzzo di merda e di piscio e non l’elmo e lo scudo che lo resero celebre anni addietro. Ci se ne fa una ragione. Era vecchio, si dirà. Fu allora che iniziai a pensare a qualcosa che rimanesse ben oltre quella che si prospettava una scialba cerimonia di commiato. Nessuno si sarebbe dimenticato di me se un gigante di pietra gli avesse ricordato le gesta nei secoli dei secoli. Gli ultimi giorni a codesto mondo li passai ad immaginare la mia scultorea figura. Volli che rappresentasse un guerriero sicuro e imponente e volli pure che non fosse sola, per dimostrare che non ero un lupo solitario come negli ultimi anni di vita potrebbe esser parso. Solamente chi ha lasciato traccia di sé in vita ha una statua a ricordarne le gesta. Ritrovai l’entusiasmo dei tempi andati e dolce mi fu il trapasso. La consapevolezza di aver raggiunto la massima onoreficenza possibile, una statua, mi ha accompagnato per tempo immemore, almeno fino al vostro pazzo secolo. D’un tratto la gente pare aver perso memoria dei tempi che furono e sovente mi capita di sentire la vostra gioventù domandarsi chi fosse stato questo altero uomo di pietra. Uno dei tanti ad avere una statua, risponde qualcuno. Una statua, oramai, pare non la si neghi a nessuno. Che poi la mia sia la più bella e l’unica davvero motivata, ha poca importanza. Ma se chiedi a quelle genti di ogni razza e regno che passano senza degnarmi di sguardo alcuno cosa renda l’uomo davvero degno ai posteri, questi ti diranno l’aeroporto. Il più importante si prende il nome dell’aeroporto. Fossi ancora il guerriero che fui scoccherei un dardo per ognuno di quei grifoni metallici che vedo fendere l’orizzonte ad ogni ora del dì e della notte. Ma le mie membra sono di pietra e i miei pensieri non si fanno parola. Tanta è la rabbia verso le vostre irriconoscenti menti che ho deciso di volgervi la schiena e pure il culo. Una cosa non avevo capito quand’ero ancora in carne ed ossa e avevo un castello a ripararmi da pioggia, acqua, vento e feci: l’eternità è mutevole. Come la vita.

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Un chimico, magari quello di Spoon River reso celebre da Edgar Lee Master e cantato da De Andrè, o anche un positivista di fine XIX secolo, vi direbbe senza spocchia accademica che acqua è H2O, nient’altro che due molecole di idrogeno ed una di ossigeno, sempre. Un animista delle foreste angolane obietterebbe ad una tale blasfemia che ogni singolo oggetto, pianta e ovviamente animale del creato ha un’anima ed essa va rispettata ed in alcuni casi adorata, ergo, l’acqua è uno spirito, sia che essa imputridisca in una pozzanghera alle falde del kilimangiaro, sia che luccichi sulla costa di Zanzibar tra gli sguardi anelanti dei turisti occidentali.  Pareri, due lati di quella stessa medaglia che porta il vituperatissimo nome di libertà di pensiero. Ma io, allegro ma non troppo frequentatore di acquazzoni e grandinate varie, una domanda di tale filosofica entità la vorrei porre a chi nell’acqua sguazza ventiquattro ore al dì. Chiedetelo a questo pesce, questo membro del clan ittico che si, sguazza nell’acqua, ma nella sua mente binaria questiona sul perchè l’acqua, che sempre H2O è, abbia un sapore tanto diverso a seconda di dove tu ti trova. Le cose, qualsiasi cosa, hanno un significato ed un sapore diverso a seconda dell’importanza che queste hanno per noi. L’acqua è acqua, dolce o salata, pulita o sporca, ma per chi ci vive ci sono molte altre variabili. Una trota potrebbe chiedere ad un carcerato: di che ti lamenti, vivi nell’aria, come chiunque altro. Una bella fava, risponderà il galeotto. E’ così per tutto, un incantevole posto turistico dove gli autoctoni muoiono di fame tra gli sguardi prosciuttati dei turisti, un agognato anello di fidanzamento con tanto di diamante ottenuto dal sangue congolese. Ma le situazioni non sono immobili: basterebbe poco, una piccola spinta, per cambiare il sapore a quell’acqua. Abbiamo molto più potere di modificare in meglio ciò che ci circonda di quanto noi crediamo, basta aprire la nostra mente. Aprirla, al di là di un recinto, di vetro o di mattoni che sia.

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Non ricordo il nome della rivista da cui ritagliai questa foto, ma so, con esattezza, che correva l’anno 1995, perchè, in quell’assurdo melting pot di immagini e pensieri che è la nostra mente, l’azione di ritaglio è indelebilmente associata con l’azione successiva, la cernita delle figurine doppie donatemi da un compagno di classe. Quell’album lo conservo ancora, era il 1994/95 e, se qualcuno se lo è chiesto (io lo avrei per lo meno pensato) mi mancavano De Agostini della Reggiana, Bresciani del Foggia, Chiesa della Cremonese, gli stemmi di Lazio e Crevalcore e le foto di squadra di Lucchese, Biellese e Acireale per terminare l’album. Mai arrivato così vicino al completamento. Fatto sta che avevo solamente tredici anni e puzzavo ancora di serpente, che sarebbe a dire che dell’attualità mi interessava pressochè nulla. No, la Cecenia era probabilmente incollocabile sulla carta geografica e delle prove di forza dello zar Boris in quel di Grozny non sapevo e non volevo sapere alcunchè. Ma quella foto mi piacque, attirò il mio istinto di forzato della scuola e del bemolle, io, musico improbabile, costretto a suonare quel flauto che non mi piaceva, non mi capiva. E poi, cercando risposte emotive alla mia prima pubertà tra le avvenenti femmine delle pubblicità di Gorgonzola ed Eminflex, nelle patinate riservate all’attualità spuntava la foto di un soldato russo intento a cercare gli ultimi agonizzanti suoni di un pianoforte sfondato dalle bombe ed abbandonato da proprietari che avevano ben altro a cui pensare. Non so cosa provai allora, perchè decisi di estrarre l’immagine e collocarla nella mia galleria dei ricordi. So, però, cosa provo ora, a distanza di dodici anni e potrei dirvi che la guerra distrugge le passioni, uccide l’arte, lobotomizza i cervelli, ma non vi dirò niente di tanto banale. No, io vedo altro, vedo un bambino della periferia di Mosca cresciuto nelle grigie scuole sovietiche, dove l’insegnamento dell’arte era inculcato nella speranza di creare artisti della guerra fredda. Vedo un ragazzo che abbandona i libri e pure la coscienza civile, assiste al crollo di un muro e di un sistema che gli ha imposto di giocare a scacchi, ascoltare Rimskij-Korsakov e dire ja sempre e comunque, ma che nello stesso tempo garantiva un lavoro al padre, lavoro che poi non è più esistito, con tanta rabbia di tutti e guadagno di qualcuno. Vedo, ancora, un giovane arrabbiato, imbevuto di orgoglio nazionalista, preda di millantatori di potenze perdute, decantatori di futuri splendori e guerre di razza e religione, avidi sfruttatori di delusioni altrui. Un kalashnikov, qualche rublo ed una buona dose d’odio verso lo sconosciuto che abita le pendici del vecchio Caucaso. Ma sotto il soldato, sotto le mimetiche e le portacartucce, rimane sempre quello studente di Mosca che non riusciva a fare la scala perchè aveva le mani troppo piccole e la volontà troppo debole, mentre ora che le dita sono rese veloci dal grilletto del fucile e la volontà gli è stata forgiata in caserma, non può più farla quella scala, non puòperchè manca un tasto, un mi per l’esattezza. Allora pigia ripetutamente il do, che in verità non è un do, ma un suono metallico che di musicale ha ben poco e pensa. Pensa, ma non sono affari nostri e non ci è dato sapere cosa e perciò lasciamo pensare il ragazzo della periferia di Mosca.

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