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Non ricordo il nome della rivista da cui ritagliai questa foto, ma so, con esattezza, che correva l’anno 1995, perchè, in quell’assurdo melting pot di immagini e pensieri che è la nostra mente, l’azione di ritaglio è indelebilmente associata con l’azione successiva, la cernita delle figurine doppie donatemi da un compagno di classe. Quell’album lo conservo ancora, era il 1994/95 e, se qualcuno se lo è chiesto (io lo avrei per lo meno pensato) mi mancavano De Agostini della Reggiana, Bresciani del Foggia, Chiesa della Cremonese, gli stemmi di Lazio e Crevalcore e le foto di squadra di Lucchese, Biellese e Acireale per terminare l’album. Mai arrivato così vicino al completamento. Fatto sta che avevo solamente tredici anni e puzzavo ancora di serpente, che sarebbe a dire che dell’attualità mi interessava pressochè nulla. No, la Cecenia era probabilmente incollocabile sulla carta geografica e delle prove di forza dello zar Boris in quel di Grozny non sapevo e non volevo sapere alcunchè. Ma quella foto mi piacque, attirò il mio istinto di forzato della scuola e del bemolle, io, musico improbabile, costretto a suonare quel flauto che non mi piaceva, non mi capiva. E poi, cercando risposte emotive alla mia prima pubertà tra le avvenenti femmine delle pubblicità di Gorgonzola ed Eminflex, nelle patinate riservate all’attualità spuntava la foto di un soldato russo intento a cercare gli ultimi agonizzanti suoni di un pianoforte sfondato dalle bombe ed abbandonato da proprietari che avevano ben altro a cui pensare. Non so cosa provai allora, perchè decisi di estrarre l’immagine e collocarla nella mia galleria dei ricordi. So, però, cosa provo ora, a distanza di dodici anni e potrei dirvi che la guerra distrugge le passioni, uccide l’arte, lobotomizza i cervelli, ma non vi dirò niente di tanto banale. No, io vedo altro, vedo un bambino della periferia di Mosca cresciuto nelle grigie scuole sovietiche, dove l’insegnamento dell’arte era inculcato nella speranza di creare artisti della guerra fredda. Vedo un ragazzo che abbandona i libri e pure la coscienza civile, assiste al crollo di un muro e di un sistema che gli ha imposto di giocare a scacchi, ascoltare Rimskij-Korsakov e dire ja sempre e comunque, ma che nello stesso tempo garantiva un lavoro al padre, lavoro che poi non è più esistito, con tanta rabbia di tutti e guadagno di qualcuno. Vedo, ancora, un giovane arrabbiato, imbevuto di orgoglio nazionalista, preda di millantatori di potenze perdute, decantatori di futuri splendori e guerre di razza e religione, avidi sfruttatori di delusioni altrui. Un kalashnikov, qualche rublo ed una buona dose d’odio verso lo sconosciuto che abita le pendici del vecchio Caucaso. Ma sotto il soldato, sotto le mimetiche e le portacartucce, rimane sempre quello studente di Mosca che non riusciva a fare la scala perchè aveva le mani troppo piccole e la volontà troppo debole, mentre ora che le dita sono rese veloci dal grilletto del fucile e la volontà gli è stata forgiata in caserma, non può più farla quella scala, non puòperchè manca un tasto, un mi per l’esattezza. Allora pigia ripetutamente il do, che in verità non è un do, ma un suono metallico che di musicale ha ben poco e pensa. Pensa, ma non sono affari nostri e non ci è dato sapere cosa e perciò lasciamo pensare il ragazzo della periferia di Mosca.

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