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Posts Tagged ‘paura’

Un tuono, un boato sordo, lontano, come una distesa di sassi che, prima lentamente poi via via con maggiore intensità, scende su un pianello sottostante e qui, dopo tanto trambusto, si ferma lasciando un eco clamoroso. Entrambi guardano il cielo. Il temporale è ancora lontano, ma prima o poi arriverà. Lui nota che quel rumore l’ha infastidita e la osserva di sottecchi. Si avvicina lentamente, ma un lampo si distingue nelle montagne vicine e lo ferma.

Circostanze. Siamo dominati dalle circostanze del destino. Buone? cattive? non ci è dato saperlo. Ora volevo  avvicinarmi e fargli sentire tutto il mio calore e invece quel calore l’ha sprigionato il cielo. Un lampo, una radice illuminata scagliata per fermarmi. E io impreco, ma che motivo ne ho? Avrei potuto sbagliare il tempo. Ogni cosa a suo tempo, diceva mia nonna.

Camminano per le strade dello sconosciuto paesello. Il cielo si oscura e la luce estiva filtrando dalle tenebre incipienti rende il paesaggio deprimente, le mura delle vecchie case sembrano ancor più grigie, gli stipiti scomposti, i gatti vecchi e i tetti da rifare. Sulla sinistra compare una volta in sasso. E’ buia, un antro lugubre in cui non si riconosce nulla. In fondo alla volta c’è la luce, il paese continua. Lui muove due passi verso il buio, ma lei non si muove. Nasconde il viso nella sciarpa e rimpicciolisce gli occhi.

Quegli occhi grandi che ha. Andiamo, cosa stiamo qui impalati? Cosa vuoi che nasconda il buio di un paese di montagna semidisabitato?

Non si muove, chiede perchè bisogna passare per quell’antro buio, a tratti sembra implorare per poi nascondersi di nuovo nel suo foulard. Lui indietreggia, allunga un braccio sulla sua spalla e l’accompagna nel buio.

In effetti quest’angolo, questo tempo, questi alberi che si piegano e ululano sotto il vento della tempesta fanno davvero impressione. Ma cos’è questa paura? La paura è un sentimento trasversale, parte nel passato, si vive nel presente e si guarda nel futuro. Questa paura che sento tra le mie braccia è la nostalgia del passato, la noia del presente e l’ignoto del futuro. La paura è un sentimento nobile, delicato, sinonimo di intelligenza. Per esempio, ci sono persone che di primo acchito non amano le novità, di qualsiasi cosa si tratti. Non è sintomo di arretratezza, è fedeltà nel passato, nei momenti belli che ci ha donato, nelle persone che ci ha regalato. Così il presente rimane una situazione di bilico tra un passato che si allontana e un futuro non curante delle nostre cose. Il futuro è un antro buio da percorrere alla svelta. Non si può portare tutto, qualcosa va lasciato. Eccola la paura.

Il corridoio buio è finito. C’è un panorama e in lontananza si vede il mare. Il cielo è cambiato, forse non pioverà. Il volto di lei spunta dal foulard e sorride, poi estrae il telefono. E’ un vecchio modello. Del resto, non si può lasciare tutto alle spalle.

L’odore di questi capelli, questo si che è trasversale. Mi accompagna con delicatezza, così leggero che nessun futuro lo può fermare. La paura ti rende bella.

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Ho sempre pensato che dare in pasto una canzone di Battisti agli imberbi ventenni che popolano i talent show, quelli facili a crisi d’identità in prima serata e zazzere verso l’alto a seconda del volere altrui, sia quanto meno blasfemo per una serie di motivi. In primis, per rispetto di chi ha scritto quelle canzoni e scusate se è poco scrivere una canzone semplice e orecchiabile, ma non banale. E non pensiate sia un problema peninsulare, traducete qualche hit del momento e maledirete l’altra sponda dell’oceano. Oltre a questo, penso che la capacità di trasmettere sentimenti (emozioni?) di questo interprete sia irripetibile. Ne è esempio lampante questa canzone: nelle strofe finali il cantato si trasforma lentamente in un riso amaro, un’ilarità smorzata da un sentimento opposto che nasce dove finisce la felicità e può avere tanti nomi, ma in fondo altro non è che paura, paura del vuoto che circonda la gioia e non ci permette di viverla appieno. Si, perchè la felicità è cosa strana e come un oggetto posto orizzontalmente ma leggermente convesso tende a spingere il gaio verso l’esterno quasi a sua insaputa, centrifugarlo verso quell’ignoto che racchiude i nostri timori. Si dice che tutto ciò che provoca gioia finisca per nuocere. E’ vero, ma non possiamo farne a meno, l’ignavia del timoroso è reato ben più grande dell’incoscienza di Icaro che volette provare l’ebbrezza di volare. No, non c’è alcun dubbio, l’infelicità è il rischio, il prezzo da pagare per cercare la gioia, per quanto l’esperienza ci insegni la caducità di essa. Caro Lucio, non temere di ridere, magari poi piangerai, ma almeno hai riso di gusto, senza strozzare in gola il sussulto più bello che l’uomo può creare con il suo corpo. Ho divagato? Come solito, ma forse ora capirete cosa significa, per me, saper trasmettere qualcosa con una canzone.

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