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Archive for the ‘Grammofono’ Category

Ci ho pensato a lungo. Per intenderci, non meno di un minuto e quaranta secondi. Dite che è poco e così ci fan solo quelli che agiscono senza riflettere? Ma io ho riflettuto un’oretta buona! Si, lo so, c’è qualcosa che non funziona. Quando ci si volta indietro i conti sfuggono sempre. Quando si tenta di riordinare le fila nel nostro passato, c’è sempre qualcosa che non torna. E’ una lunga equazione matematica, di quelle inzuppate di segni più e meno che basta dimenticarne uno e le carte non sono più quaranta. Insomma, non so bene quanto ho pensato e cosa ho pensato.

Ripartiamo. E’ morto Ray Manzarek, tastierista dei Doors. E’ molto tempo che non ascolto un album dei Doors, forse tre o più anni. Quando avevo diciotto anni ascoltavo i Doors almeno due tre ore al giorno. Tutti i santi giorni. Era quella fase in cui si esce dall’adolescenza e la vita ti sbatte in faccia qualche responsabilità. Non troppe, a dir il vero, c’è pur sempre la cappa genitoriale che ti protegge come fa il mediano con il numero 10. In ogni caso, quanto basta per sentire quella sensazione di spaesamento che a volte si tramuta in vuoto. Quanti vuoti percorrono la nostra esistenza, si nasce cadendo nel vuoto, si sperimenta lanciandosi nel vuoto perchè non c’è tempo di fare altrimenti. Ma il vuoto è brutto, è una parola che si associa ad altre parole negative: solitudine, lontananza, incomprensione. Il vuoto ci separa dal resto, da quello che vorremmo ma non è, da quello che vorremmo essere ma in verità non siamo. Ci sono tanti modi per tentare di colmare quel buco. Io trovai i Doors. Non tanto Jim Morrison, la cui personalità strideva e stride tutt’ora con la mia, ma i Doors, la loro musica sognante e obnubilante, una rassegnata carovana di nuvole che usavo come tappeto per non guardare giù, dove c’è il vuoto.

Ed ora tutto ciò fa un pò di tenerezza. Forse non ascolto più i Doors da così tanto perchè quella tastiera di Ray Manzarek mi suggerisce che non è più tempo, che non ne ho più bisogno. E in fondo è così, o si continua a mettere il piede a terra e guardare com’era bella la strada in pianura o prima o poi quella salita va affrontata e quanto più il dislivello sale è necessario lasciare zavorre lungo il percorso.

Nel mio percorso non ho potuto fare altrimenti. Dentro me non vi ho dimenticato. Continuate ad accendere quel fuoco. Visto da qualche tornante più in alto, è un bellissimo spettacolo.

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“Troppo cerebrali”. Così mi fu sentenziato. Avevo tredici anni e la musicassetta di “Live in London 1971” dei Pink Floyd in mano. Ricordo che me la rigirai più volte tra le mani, cercando di ribattere, esporre un punto di vista alternativo che non avevo perchè io, quella musicassetta, non l’avevo mai ascoltata. L’avevo rinvenuta in qualche meandro della casa, scartata da genitori che la trovarono in chissà quale rivista e non erano in grado di apprezzarne il contenuto. Quando la vidi non mi colse nemmeno per un attimo l’idea di ascoltarla, bensì da subito pensai di utilizzarla per far colpo su amici che avevo decretato sapere più di me su tutto. Fu una bocciatura. Quelli ascoltavano metal, punto e basta. La mia ignoranza ed il mio senso di inferiorità me lo nascondevano, ma quelli erano e sarebbero rimasti limitati a quello e poco più. Ma allora ci rimasi male, male come quando si ripongono speranze in qualcosa che siamo sicuri migliorerà il nostro status ed invece tutto cade. Cadono i castelli, privi di fondamenta, cadono le nostre convinzioni di elevarci se prive di una base di personalità. Tuttavia, come son solito fare tutt’ora, quell’oggetto rifiutato da altri, divenne mio, si stabilì un legame cameratesco, un tipo di affetto che si può avere solamente con chi ci sta vicino a chiamata, senza morale e senza parole. Fu così che, rimasto solo, più per rispetto per quell’oggetto da tutti rinnegato che per curiosità, ascoltai. Non l’avrei mai fatto se la reazione degli amici fosse stata diversa e la musicassetta avrebbe continuato il suo invisibile percorso. Non so se avessero mai ascoltato i Pink Floyd o se avessero captato quella frase altrove, ma avevano ragione: i Pink Floyd sono troppo cerebrali. Come me. Ovunque voi siate, vi dedico questa canzone tratta da quell’album. Per me rimane la più bella canzone d’amore (insieme a “God only knows” dei Beach Boys e “Il cielo in una stanza” di Paoli, a dir il vero).

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Ho sempre pensato che dare in pasto una canzone di Battisti agli imberbi ventenni che popolano i talent show, quelli facili a crisi d’identità in prima serata e zazzere verso l’alto a seconda del volere altrui, sia quanto meno blasfemo per una serie di motivi. In primis, per rispetto di chi ha scritto quelle canzoni e scusate se è poco scrivere una canzone semplice e orecchiabile, ma non banale. E non pensiate sia un problema peninsulare, traducete qualche hit del momento e maledirete l’altra sponda dell’oceano. Oltre a questo, penso che la capacità di trasmettere sentimenti (emozioni?) di questo interprete sia irripetibile. Ne è esempio lampante questa canzone: nelle strofe finali il cantato si trasforma lentamente in un riso amaro, un’ilarità smorzata da un sentimento opposto che nasce dove finisce la felicità e può avere tanti nomi, ma in fondo altro non è che paura, paura del vuoto che circonda la gioia e non ci permette di viverla appieno. Si, perchè la felicità è cosa strana e come un oggetto posto orizzontalmente ma leggermente convesso tende a spingere il gaio verso l’esterno quasi a sua insaputa, centrifugarlo verso quell’ignoto che racchiude i nostri timori. Si dice che tutto ciò che provoca gioia finisca per nuocere. E’ vero, ma non possiamo farne a meno, l’ignavia del timoroso è reato ben più grande dell’incoscienza di Icaro che volette provare l’ebbrezza di volare. No, non c’è alcun dubbio, l’infelicità è il rischio, il prezzo da pagare per cercare la gioia, per quanto l’esperienza ci insegni la caducità di essa. Caro Lucio, non temere di ridere, magari poi piangerai, ma almeno hai riso di gusto, senza strozzare in gola il sussulto più bello che l’uomo può creare con il suo corpo. Ho divagato? Come solito, ma forse ora capirete cosa significa, per me, saper trasmettere qualcosa con una canzone.

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Mattinale

Ore sette di un mattino maltese. Il ristorante da mettere a posto per i posteriori dei mangiatori di bacon e sausages di primo mattino. La solita ripetitiva musica chill out si espande per la hall e il soprastante ristorante dell’hotel. Poi una mano sconosciuta interviene, cinque secondi di silenzio e poi parte Miles Davis. Non so chi tu sia stato, probabilmente qualche cane di boss, ma grazie per i cinque minuti di piacere nella prima afa di un giorno nel basso mediterraneo.

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Maggio, e non intendo il calciatore, se ne è andato. Un pezzo d’Italia a maggio se ne è andato, io pure a maggio non ci sono stato. Mese infausto, tra bombe di uomini il cui volto, chissà perchè, nessuno ha visto mai e bombe sotterranee che, chissà perchè, si potevano prevedere, si poteva fare diversamente, si poteva e si poteva anche tanto, ma non si è fatto, se non a posteriori davanti ad un cameraman. Mese, infine, di scommesse over/under, con tanta nostalgia del vecchio 1×2 e non voglio aggiungere altro perchè sarebbe banale e non sarebbe soprattutto corretto prendersela con giovani milionari che faticano a pagare le rate della villa e della ferrari allo stesso tempo. Della giustizia di tribunale ho poca fiducia, ma se ne esiste un’altra, di qualsiasi sorta, mi auguro che vi condanni a pagare, o meglio a non riuscire a pagare, ben altro tipo di rate. In ogni caso, il maledetto maggio ci ha ricordato che, ovunque noi siamo e qualunque cosa noi facciamo e diciamo, siamo lo stesso e per sempre coinvolti. Viviamo in una comunità, le nostre azioni si ripercuotono su noi stessi e su chi abbiamo vicino. Se pensiamo solamente a noi stessi, al nostro mero interesse, siamo finiti, onde ricordare fuori tempo massimo che fatti non fummo per contare solamente denti a francobolli, ma pure per aprire i nostri occhi ed estendere l’orizzonte al di là del nostro naso. At the end, addio maggio, nessuno ti rimpiangerà. Almeno lo spero.

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Paolo Conte, se vi si immedesimasse,  potrebbe dire che “c’è tutto un complesso di cose che fa si che io mi fermi qui”. In verità, a parte la scarsa propensione alla risata, poco in comune hanno il borghese cantautore astigiano e il figlio di contadini dell’Arkansas che conobbe il gospel nella chiesa della natia Kingsland. Fatto sta che il 13 gennaio del 1968 Johnny Cash entra nella prigione di Folsom, California, e suona per più di un’ora davanti ad una folla di carcerati. Non era mai successo. Marlene Dietrich era andata nell’Europa in fiamme durante la seconda guerra mondiale per allietare i marines d’oltreoceano, ma nessuno aveva avuto il coraggio di varcare le mura di una prigione in quell’america che doveva ancora vedere gli scontri di Chicago durante la convention democratica. Solo Cash, in fondo, solo lui che quelle mura le aveva già varcate come detenuto, solo lui che di quella terra dei padri sapeva raccontarne passioni e oscurità, “il mefistofelico viandante dello spirito della nazione americana” (Mauro Vecchio), solo lui poteva andare contro il volere della propria major e allietare i farabutti del sogno americano. Cash era quanto di più lontano ci fosse rispetto ai prodotti confenzionati made in Usa: soldato in Germania, venditore porta a porta di elettrodomestici, sfuggente figura solitaria in totale contrasto con il jetset e con se stesso. Non ebbe vita facile, ma, come tutti i grandi, era cosciente che tutto aveva un prezzo e il suo era caro assai, tanto da portarlo ad un passo dal baratro. Ma non si scompose. Cash non si scomponeva mai: guardatelo mentre suona la chitarra come fosse un mandolino, con quegli occhi spiritati e quel sorriso smozzicato tra le labbra. Un bardo del postilluminismo, un druido dallo sguardo non pervenuto.

Cash entra nella sala del carcere adibita a palco, saluta e inizia. Canta di linee da oltrepassare, il che potrebbe sembrare una gran presa per il culo per chi una linea l’ha passata e come. E per dieci o vent’anni. Ma è Cash, dissero gli astanti, è uno di noi, un gran figlio di puttana. Poi l’alzata di genio: ‎”Quando ero solo un bambino mia mamma mi ha detto Figlio, devi essere sempre un bravo ragazzo, non giocare mai con le pistole. Ma ho ucciso un uomo a Reno solo per vederlo morire.” Avevano ragione i carcerati, Johnny

N.B.: Il video si riferisce al concerto dell’anno seguente nella prigione di San Quentin.

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