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Posts Tagged ‘musica’

Ci ho pensato a lungo. Per intenderci, non meno di un minuto e quaranta secondi. Dite che è poco e così ci fan solo quelli che agiscono senza riflettere? Ma io ho riflettuto un’oretta buona! Si, lo so, c’è qualcosa che non funziona. Quando ci si volta indietro i conti sfuggono sempre. Quando si tenta di riordinare le fila nel nostro passato, c’è sempre qualcosa che non torna. E’ una lunga equazione matematica, di quelle inzuppate di segni più e meno che basta dimenticarne uno e le carte non sono più quaranta. Insomma, non so bene quanto ho pensato e cosa ho pensato.

Ripartiamo. E’ morto Ray Manzarek, tastierista dei Doors. E’ molto tempo che non ascolto un album dei Doors, forse tre o più anni. Quando avevo diciotto anni ascoltavo i Doors almeno due tre ore al giorno. Tutti i santi giorni. Era quella fase in cui si esce dall’adolescenza e la vita ti sbatte in faccia qualche responsabilità. Non troppe, a dir il vero, c’è pur sempre la cappa genitoriale che ti protegge come fa il mediano con il numero 10. In ogni caso, quanto basta per sentire quella sensazione di spaesamento che a volte si tramuta in vuoto. Quanti vuoti percorrono la nostra esistenza, si nasce cadendo nel vuoto, si sperimenta lanciandosi nel vuoto perchè non c’è tempo di fare altrimenti. Ma il vuoto è brutto, è una parola che si associa ad altre parole negative: solitudine, lontananza, incomprensione. Il vuoto ci separa dal resto, da quello che vorremmo ma non è, da quello che vorremmo essere ma in verità non siamo. Ci sono tanti modi per tentare di colmare quel buco. Io trovai i Doors. Non tanto Jim Morrison, la cui personalità strideva e stride tutt’ora con la mia, ma i Doors, la loro musica sognante e obnubilante, una rassegnata carovana di nuvole che usavo come tappeto per non guardare giù, dove c’è il vuoto.

Ed ora tutto ciò fa un pò di tenerezza. Forse non ascolto più i Doors da così tanto perchè quella tastiera di Ray Manzarek mi suggerisce che non è più tempo, che non ne ho più bisogno. E in fondo è così, o si continua a mettere il piede a terra e guardare com’era bella la strada in pianura o prima o poi quella salita va affrontata e quanto più il dislivello sale è necessario lasciare zavorre lungo il percorso.

Nel mio percorso non ho potuto fare altrimenti. Dentro me non vi ho dimenticato. Continuate ad accendere quel fuoco. Visto da qualche tornante più in alto, è un bellissimo spettacolo.

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Seattle,

06/11/2018

Carissimi,

scrivo oggi a Voi, discografici, produttori, talent scout e manager della nostra grande e gloriosa azienda per illustrarvi il futuro di ciò che noi abbiamo più a cuore, la ragione dei nostri sforzi e dei nostri investimenti: il mercato della musica. Sappiamo tutti quanto tempo (e ahimè denaro!) venga da noi sprecato per cercare talenti in ogni dove del mondo, addestrarli allo show business, instillargli le teorie del marketing personale, farne insomma degli artisti a 360 gradi, talenti dentro, ma soprattutto fuori dalla sala di registrazione. Perchè diciamocelo, oggi la gente non vuole più solo canzoni, le grandi rivoluzioni musicali fini a se stesse sono finite e le note sono state rimpiazzate dalle immagini, immagini veloci, fresche, capaci di colpire un pubblico sempre più difficilmente impressionabile. Non basta più il cantastorie, l’ugola d’oro, il fingering di Dio per aggredire un mercato sempre più concorrenziale, così come non possiamo più attendere l’ispirazione degli “artisti” (o presunti tali): oggi basta un passo falso e pure una grande casa come la nostra rischia di essere estromessa dagli asiatici.  Il mercato globale vuole freschezza, novità, stili sempre accattivanti. E soprattutto giovani. E qui sono a proporvi un’idea veramente innovativa, in grado di creare “the new artist”. Entro l’anno venturo aprirà una scuola di formazione per artisti, da noi ideata e fortemente voluta, un concetto nuovo di formazione che, ne siamo sicuri, presto avrà epigoni in tutto il mondo. In breve: riprendendo la storia di Sparta (quale ingegnosa idea per il lancio della nostra campagna! This is Sparta!) inviteremo i genitori di tutto il mondo a portarci i loro bambini di sette anni per selezionare i migliori per la scuola “The new artist”. Ovviamente questa avrà un prezzo molto alto, ma daremo anche ogni anno la possibilità ad uno o più bambini (scelti tra le minoranze etniche e i più poveri) di ottenere un posto gratuito. In questo modo alimenteremo il sogno di tutti, sosterremo le spese della scuola che non graverà su di noi (così come i costi dello scouting) e fidelizzeremo un target di persone che va dalla giovane alla media età. Non ci sarà bisogno di talento, basterà una certa predisposizione ai cambiamenti, ad accettare la guida di persone esperte e competenti. Riuscite a capire la genialità? Con zero spese avremo ogni anno talenti sempre nuovi, stipuleremo contratti sempre più vantaggiosi con hair stylist e case di moda. Ogni “new artist” sarà coordinato da un gruppo composto da guru di marketing,  immagine ed altro ancora che individueranno le migliori strategie (hashtag ad hoc, link su social network, nonchè…. i giusti capricci da artista…), mentre testi e musiche delle canzoni saranno affidati ad un apposito algoritmo creato e gestito da un pool di esperti. Una volta esplosi i “New artist” sarà ovviamente il mercato a decidere chi tenere a galla e chi affondare. Certo, ci esporremo a critiche di ogni sorta, ma la strada non fu forse segnata tanti anni or sono da quel genio delle boy band che fu Malcolm McLaren con i suoi Sex Pistols? A presto cari colleghi ed amici. Il futuro è nostro.

Sam Jones, CEO di Mus.ic Group

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Mattinale

Ore sette di un mattino maltese. Il ristorante da mettere a posto per i posteriori dei mangiatori di bacon e sausages di primo mattino. La solita ripetitiva musica chill out si espande per la hall e il soprastante ristorante dell’hotel. Poi una mano sconosciuta interviene, cinque secondi di silenzio e poi parte Miles Davis. Non so chi tu sia stato, probabilmente qualche cane di boss, ma grazie per i cinque minuti di piacere nella prima afa di un giorno nel basso mediterraneo.

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Image

Non ricordo il nome della rivista da cui ritagliai questa foto, ma so, con esattezza, che correva l’anno 1995, perchè, in quell’assurdo melting pot di immagini e pensieri che è la nostra mente, l’azione di ritaglio è indelebilmente associata con l’azione successiva, la cernita delle figurine doppie donatemi da un compagno di classe. Quell’album lo conservo ancora, era il 1994/95 e, se qualcuno se lo è chiesto (io lo avrei per lo meno pensato) mi mancavano De Agostini della Reggiana, Bresciani del Foggia, Chiesa della Cremonese, gli stemmi di Lazio e Crevalcore e le foto di squadra di Lucchese, Biellese e Acireale per terminare l’album. Mai arrivato così vicino al completamento. Fatto sta che avevo solamente tredici anni e puzzavo ancora di serpente, che sarebbe a dire che dell’attualità mi interessava pressochè nulla. No, la Cecenia era probabilmente incollocabile sulla carta geografica e delle prove di forza dello zar Boris in quel di Grozny non sapevo e non volevo sapere alcunchè. Ma quella foto mi piacque, attirò il mio istinto di forzato della scuola e del bemolle, io, musico improbabile, costretto a suonare quel flauto che non mi piaceva, non mi capiva. E poi, cercando risposte emotive alla mia prima pubertà tra le avvenenti femmine delle pubblicità di Gorgonzola ed Eminflex, nelle patinate riservate all’attualità spuntava la foto di un soldato russo intento a cercare gli ultimi agonizzanti suoni di un pianoforte sfondato dalle bombe ed abbandonato da proprietari che avevano ben altro a cui pensare. Non so cosa provai allora, perchè decisi di estrarre l’immagine e collocarla nella mia galleria dei ricordi. So, però, cosa provo ora, a distanza di dodici anni e potrei dirvi che la guerra distrugge le passioni, uccide l’arte, lobotomizza i cervelli, ma non vi dirò niente di tanto banale. No, io vedo altro, vedo un bambino della periferia di Mosca cresciuto nelle grigie scuole sovietiche, dove l’insegnamento dell’arte era inculcato nella speranza di creare artisti della guerra fredda. Vedo un ragazzo che abbandona i libri e pure la coscienza civile, assiste al crollo di un muro e di un sistema che gli ha imposto di giocare a scacchi, ascoltare Rimskij-Korsakov e dire ja sempre e comunque, ma che nello stesso tempo garantiva un lavoro al padre, lavoro che poi non è più esistito, con tanta rabbia di tutti e guadagno di qualcuno. Vedo, ancora, un giovane arrabbiato, imbevuto di orgoglio nazionalista, preda di millantatori di potenze perdute, decantatori di futuri splendori e guerre di razza e religione, avidi sfruttatori di delusioni altrui. Un kalashnikov, qualche rublo ed una buona dose d’odio verso lo sconosciuto che abita le pendici del vecchio Caucaso. Ma sotto il soldato, sotto le mimetiche e le portacartucce, rimane sempre quello studente di Mosca che non riusciva a fare la scala perchè aveva le mani troppo piccole e la volontà troppo debole, mentre ora che le dita sono rese veloci dal grilletto del fucile e la volontà gli è stata forgiata in caserma, non può più farla quella scala, non puòperchè manca un tasto, un mi per l’esattezza. Allora pigia ripetutamente il do, che in verità non è un do, ma un suono metallico che di musicale ha ben poco e pensa. Pensa, ma non sono affari nostri e non ci è dato sapere cosa e perciò lasciamo pensare il ragazzo della periferia di Mosca.

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Velocità

Sono sempre in ritardo, mi capita pure di sognare di correre verso qualcosa contro il tempo. Io e l’orologio siamo in totale distonia, combattiamo una guerra impari, dove lui fa la parte del leone e io del coglione. Non pensate che le persone in ritardo vivano meglio, che non se la prendano,in verità convivono con un terribile senso di colpa, una voce che direttamente dai profondi anfratti della coscienza li avverte che sarebbe bastato davvero poco, magari aver spento il pc prima di ridare un’ultima occhiata a facebook, per non farsi compatire ancora. Velocità, velocità, la colpa è tutta sua. Spazio fratto tempo, il percorso che mi separa dall’ennesima triste figura diviso il tempo in cui maledirò le mie pessime abitudini. Una volta non era così, la velocità non si misurava perchè gli spazi erano immensi e i tempi avevano un’importanza relativa. C’era un vecchietto nella Bibbia, una star ante litteram, il cui nome era Matusalemme e rimase famoso per la sua longevità. E’ difficile paragonare questa star ante litteram con un profeta dei giorni nostri, tale Sid Vicious, la cui frase più famosa recita “Vivi veloce, muori giovane”. E giovane morì, il buon Sid, consegnando,come suo desiderio, un cadavere ancor bello ai posteri. Non diversamente si può dire della guerra. La più famosa del mondo antico, l’assedio di Troia,  durò ben dieci anni (immaginate cosa può voler dire rimanere dieci anni assediati in una città di qualche migliaio di anime? altro che mollo tutto e scappo in Canada). Peggio ancora fecero inglesi e francesi, la cui guerra medievale durò, tra sospensioni, recuperi e ripetizioni, ben cento anni. Oggi le guerre sono così veloci che i reporter van più forte delle pallottole. Nel 1967 il conflitto tra Israele e paesi limitrofi non durò che sei miseri giorni. Tornando alla saga omerica, il povero Ulisse impiegò altri dieci anni per percorrere i circa seicento chilometri che lo separavano da Itaca (hai voglia di aspettare con tutti quei Proci, Penelope…). La flotta del povero Magellano (povero perchè non fece ritorno in Portogallo) navigò tre anni per circumnavigare la terra. Più recentemente, nel 1873, Jules Verne ipotizzò un “Giro del mondo in ottanta giorni.” E che dire della musica, dove i lunghi tempi delle sinfonie classiche sono stati tagliati dai pezzi rock n’ roll, due tre minuti al massimo? Oppure la letteratura di casa nostra, passata dai cento canti danteschi al “M’illumino d’immenso” ungarettiano. Ma niente può sintetizzare meglio la velocità moderna come il Manifesto futurista “Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità”. Insomma corpi snelli e veloci per abbattere tempi, costi, barriere e frontiere, come direbbe Baumann. Non più le corpulente e statiche donne rinascimentali, ma le azzimate modelline del pret a porter, in un processo che passa attraverso lo studio dei corpi in movimento. Minchia, che frenesia. E così si cerca nello yoga e in tutto ciò che viene da est un freno a questo liquido mondo. Ho letto che in alcune città si è sperimentato un nuovo limite di velocità, molto più basso, il quale consentirebbe di evitare semafori e code. Bene, forse in futuro mi basterà mettermi in fila per arrivare in orario.

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